La COP 17 di Yerevan: più ombre che luci sulla biodiversità

01 Nov 2026 | articoli, editoriale

Quattro anni fa, nel dicembre del 2022, alla COP 15 delle parti aderenti alla Convenzione sulla biodiversità (tutti gli Stati allora presenti alle Nazioni Unite, salvo gli Stati Uniti) tenuta tra Kunming e Montreal era stato raggiunto un accordo, il  Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework (KMGBF), definito storico da molti osservatori.

L’accordo prevedeva un progetto denominato 30×30 da completare entro il 2030: la realizzazione di 23 obiettivi (targets) per proteggere il 30% degli ecosistemi terrestri e per ripristinare il 30% degli ecosistemi terrestri e marini deteriorati. Ciascuno Stato avrebbe dovuto indicare i piani e le modalità con le quali perseguire i 23 obiettivi all’interno del proprio territorio.

Era un progetto ambizioso ma necessario e urgente: il Living Planet Report pubblicato due mesi prima dal WWF (www.wwf.org.uk/our-reports/living-planet-report-2022) aveva segnalato dati preoccupanti sul declino, accentuato dal cambiamento climatico, di decine di migliaia di popolazioni di mammiferi, uccelli, pesci, rettili e anfibi in tutto il mondo, con punte massime in America Latina e in Africa. Solo in Europa il declino risultava contenuto al 20% rispetto al 1970.

A quattro anni di distanza la COP 17 a Yerevan, in Armenia (https://fpwc.org/cop17), che ha visto la presenza di delegati di 200 Stati e si è appena conclusa quando leggerete queste righe, ha condotto un primo esame dei risultati ottenuti.

Un risultato positivo è costituito dalla partecipazione al progetto del Framework: il 90% degli Stati, e tra questi proprio molti Stati africani e dell’America latina, aveva presentato il piano dei propri obiettivi nazionali e oltre il 70% aveva predisposto rapporti sui risultati conseguiti.

Ma era l’unico.

Per cominciare, secondo un’analisi di Campaign for Nature (https://campaignfornature.org), un’organizzazione ambientalista che ha costantemente seguito la realizzazione degli obiettivi del Framework di Kunming-Montreal, gli impegni degli Stati erano insufficienti: anche se pienamente realizzati, avrebbero protetto non più del 27% delle aree terrestri e appena il 13% degli oceani.

Poi, pochi giorni prima dell’inizio della COP il rapporto The State of Biodiversity Action (www.cbd.int/globalreview/report2026), realizzato da un gruppo di esperti incaricati dalle Nazioni Unite, ha verificato che più della metà degli obiettivi nazionali erano rimasti sulla carta: buoni propositi non attuati.

Dal rapporto emerge anche che pressoché inattuati erano gli obiettivi che riguardavano i rapporti tra natura e sistemi economici, quali la conversione dei sussidi ad attività industriali che danneggiano la biodiversità, che ammontavano globalmente nel 2023 a 2.4 triliardi di dollari, in incentivi per favorire attività industriali che si impegnano a operare in modo sostenibile.

La conclusione del rapporto è che gli obiettivi posti dal Framework possono ancora realizzabili entro la data fissata del 2030, ma è necessario un deciso cambiamento di rotta: “la natura non si protegge con le buone intenzioni”, ha osservato il segretario delle Nazioni Unite Antònio Guterres nel discorso inaugurale della Conferenza.

Eppure, a rendere meno cupo il bilancio, è arrivato in queste settimane il nuovo Living Planet Report del WWF (www.worldwildlife.org/publications/2026-living-planet-report), giunto alla sedicesima edizione e pubblicato l’8 ottobre. Mentre i dati restano sostanzialmente invariati rispetto al rapporto del 2022 il titolo scelto quest’anno, The Science of Hope ha rimarcato come, dove la tutela è stata seria, la natura si sia ripresa più in fretta di quanto si immaginasse. Ecco alcuni esempi: le tigri selvatiche sono passate da 3.200 esemplari nel 2010 a 5.700 nel 2025; il tonno rosso dell’Atlantico, che nel 2010 aveva perso l’80% della propria consistenza, non è più considerato sovrasfruttato; la tartaruga verde, dopo cinquant’anni di lavoro sulle spiagge di nidificazione di un’ottantina di Paesi, è stata declassata nel 2025 da specie “in pericolo” a specie “a minor preoccupazione”, prima tra le tartarughe marine a riuscirci. “Il declino della natura non è inevitabile”, ha commentato Steve Smith del WWF, “è la somma delle nostre scelte, e le scelte possono cambiare di segno”, il che, a ben vedere, è il rovescio positivo dell’ammonimento di Guterres.

E a ricordarci quanto poco conosciamo ancora del pianeta che stiamo impoverendo, proprio nelle settimane che precedevano la COP di Yerevan è stata descritta sulla rivista Current Biology una nuova specie di felino, la prima scoperta da oltre un secolo, il Leopardus tilcayo, o gatto tigre tilcayo, che vive nelle foreste nebulose delle Yungas boliviane. È più piccolo di un gatto domestico, pesa meno di un chilo e mezzo, ha il mantello bruno chiaro punteggiato di rosette irregolari e caccia di notte piccoli roditori; porta il nome con cui le comunità locali lo hanno sempre chiamato, e la scienza se ne è accorta solo ora, sequenziando il genoma di trentotto “gatti tigre” sudamericani per scoprire che dietro quell’unico nome si nascondevano cinque specie distinte. Nessuno sa ancora quanti esemplari ne sopravvivano, ma il fatto che un piccolo gatto selvatico sia riuscito a sfuggirci così a lungo è forse il miglior argomento per proteggere davvero quel 30% di pianeta, prima che altre specie scompaiano senza che si sia fatto in tempo a dar loro un nome.

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