Abstract
Prendendo le mosse dalle linee guida dell’Ufficio delle Nazioni Unite per la Riduzione del Rischio di Disastri, UNDRR, del settembre 2026 sull’informazione dannosa nei disastri, il contributo ne illustra i contenuti e li pone in relazione con il ruolo che l’Ufficio assegna ai media e con gli strumenti formativi che ha predisposto per i giornalisti. L’analisi si sposta quindi sulla rappresentazione degli eventi estremi connessi al cambiamento climatico come semplice “maltempo”, ricorrente tanto nella titolazione giornalistica quanto nel lessico delle amministrazioni, e sugli effetti che tale cornice produce sulla percezione del rischio, sull’attivazione e sull’adattamento. La ricognizione degli stati di emergenza in vigore e delle risorse stanziate nell’ultimo anno documenta una condizione di emergenza ormai permanente, che impone di spostare l’investimento dal ristoro alla prevenzione collettiva e individuale. Le acquisizioni della psicologia sociale e delle neuroscienze, comprese le evidenze di risonanza magnetica funzionale sui circuiti del bias ottimistico, dell’effetto cornice e della regolazione emotiva, consentono infine di delineare i caratteri che una comunicazione del rischio deve mettere in campo per generare consapevolezza e azione fiduciosa.
Sommario
1. Premessa – 2. Le linee guida UNDRR sull’informazione dannosa nei disastri – 3. I media come anello della catena del rischio e gli strumenti dell’Ufficio – 4. Il “maltempo” come rappresentazione attenuante del rischio climatico – 5. L’emergenza permanente. Stati di emergenza e risorse tra ristoro e prevenzione – 6. Ciò che le scienze sociali e le neuroscienze insegnano sulla percezione del rischio – 7. I caratteri di una comunicazione che attiva – 8. Considerazioni conclusive.
1. Premessa
Nel settembre 2026 l’Ufficio delle Nazioni Unite per la riduzione del rischio di disastri (UNDRR), che non è un’agenzia specializzata né un programma, ma un ufficio del Segretariato delle Nazioni Unite, istituito nel 1999 come segretariato della Strategia internazionale per la riduzione dei disastri con la denominazione di UNISDR e oggi incaricato di coordinare l’attuazione e il monitoraggio del Quadro di Sendai, ha pubblicato un dossier di linee guida dedicato all’informazione dannosa nei disastri, rivolto alle autorità di governo, ai professionisti della comunicazione pubblica e agli operatori della gestione del rischio[i]. Il documento giunge al termine di un percorso che ha visto la comunicazione del rischio conquistare, per la prima volta, una sessione tematica propria alla Global Platform for Disaster Risk Reduction di Ginevra del giugno 2025[ii], la Federazione internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa dedicare il proprio World Disasters Report 2026 al rapporto tra fiducia e informazione affidabile nelle crisi[iii], e lo stesso Ufficio lanciare, nel novembre 2025, un corso di formazione rivolto ai giornalisti di tutto il mondo.
Benché il dossier sia stato concepito soprattutto per contrastare le falsità attive che si diffondono durante le emergenze, dalle voci incontrollate ai contenuti manipolati con l’intelligenza artificiale, le categorie che prende in considerazione si prestano a illuminare un fenomeno più sottile e, nel nostro Paese, assai più diffuso, ossia la rappresentazione attenuante degli eventi estremi che, nella titolazione dei media come negli atti delle amministrazioni, continuano a essere chiamati “maltempo”. Il presente contributo muove dall’ipotesi che il modo in cui il rischio viene nominato non sia un profilo neutro o meramente stilistico, ma costituisca parte integrante della prevenzione, con implicazioni giuridiche, economiche e cognitive che meritano di essere esaminate congiuntamente. Partendo quindi dall’illustrazione dei contenuti delle linee guida e dal ruolo che l’Ufficio attribuisce ai media, si analizza come la cornice del maltempo informi la comunicazione italiana degli eventi estremi, contribuendo a rendere invisibile la dimensione dell’emergenza, per tentare di delineare quali indicazioni offrano le scienze sociali e le neuroscienze per una comunicazione capace di tradursi in consapevolezza e azione.
2. Le linee guida UNDRR sull’informazione dannosa nei disastri
Le linee guida si aprono con una premessa di realismo che ne orienta l’intero impianto. L’informazione dannosa, si legge, non può essere interamente prevenuta, corretta o contenuta, perché circola più rapidamente di quanto possa essere verificata, perché le emozioni prevalgono spesso sul ragionamento ponderato e perché la comunicazione istituzionale tende a inseguire gli eventi anziché precederli. Ne discende che l’obiettivo della comunicazione del rischio non è controllare l’ambiente informativo, ma ridurre il danno, sostenendo decisioni più sicure, costruendo e preservando la fiducia nelle indicazioni ufficiali ed evitando che la risposta sia compromessa dalla confusione[iv]. Si tratta di un mutamento di prospettiva rilevante, che sposta l’accento dalla repressione del falso alla qualità complessiva dell’ecosistema informativo, in coerenza con i Principi globali delle Nazioni Unite per l’integrità dell’informazione del 2024, espressamente richiamati.
Sul piano definitorio il dossier distingue la disinformazione, intesa come informazione deliberatamente falsa o manipolata diffusa per causare danno o confusione, dalla misinformazione, che è invece falsa o fuorviante ma condivisa senza intento lesivo, e adotta come categoria unificante quella di informazione dannosa, comprensiva di qualsiasi informazione idonea a causare o concorrere a causare un danno a persone, comunità o istituzioni[v]. Il criterio prescelto è dunque funzionale e non formale, giacché ciò che conta non è la falsità in sé dell’enunciato, ma la sua attitudine a produrre conseguenze pregiudizievoli. Non a caso tra le forme tipiche dell’informazione dannosa compare, accanto alle voci, ai contenuti sintetici, alle truffe e alle narrative complottiste, anche l’erronea interpretazione o riproduzione delle comunicazioni ufficiali.
Di particolare interesse, a tal riguardo, è la tavola degli impatti, che articola le conseguenze dell’informazione dannosa in sei categorie, relative rispettivamente (i) alla capacità operativa di risposta, (ii) alla percezione del rischio e ai comportamenti protettivi, (iii) alla fiducia nelle istituzioni, (iv) alla coesione sociale e alla protezione dei gruppi vulnerabili, al (v) danno psicologico ed emotivo e, infine, (vi) alle frodi[vi]. Alla seconda categoria è bene notare che le linee guida ascrivono espressamente sia la sottostima come la sovrastima del pericolo, il ritardo o il rifiuto dell’evacuazione, le azioni di autoprotezione inadeguate e la convinzione che gli avvisi siano esagerati o superflui, che hanno l’effetto di indurre le persone a compiere le azioni sbagliate nel momento sbagliato, compromettendo la c.d. “preparedness” (termine che in italiano si traduce con l‘endiadi preparazione e prontezza, ovvero con l’azione precoce. Su questo passaggio si torna a breve, , poiché offre la chiave per ricondurre la rappresentazione attenuante degli eventi estremi entro l’orizzonte concettuale dell’informazione dannosa.
I fattori che alimentano questo fenomeno vengono ricondotti dallo studio a tre ordini; vi sono anzitutto (i) fattori strutturali, tra i quali il dossier annovera i veri e propri deserti mediatici prodotti dal declino del giornalismo locale, le disuguaglianze nell’accesso all’informazione, la scarsa fiducia nelle istituzioni, la limitata alfabetizzazione mediatica e, soprattutto, i vuoti informativi che si aprono quando le autorità rinviano la comunicazione in attesa di dati pienamente verificati, vuoti che vengono rapidamente colmati da speculazioni e contenuti fuorvianti. Seguono poi (ii) le dinamiche tecnologiche, dall’intelligenza artificiale che abbatte il costo della produzione di contenuti realistici agli algoritmi delle piattaforme che premiano i contenuti emotivamente coinvolgenti a prescindere dalla loro accuratezza. In ultimo alla “misinformation” concorrono (iii) fattori umani e cognitivi, giacché in condizioni di incertezza e stress le persone cercano spiegazioni semplici e schemi riconoscibili, si affidano a scorciatoie mentali come il bias di conferma, si chiudono in camere dell’eco identitarie e dispongono di una capacità di elaborazione ridotta, che le rende più ricettive verso contenuti lineari ed emotivamente risonanti[vii].
Le Linee Guida forniscono anche indicazioni operative, che seguono la scansione temporale del disastro. Prima della crisi si dovrebbe integrare il rischio informativo nelle strategie ordinarie di comunicazione del rischio, secondo il ciclo in quattro fasi del progetto RICA, sviluppato con BBC Media Action, che procede dalla comprensione del contesto alla pianificazione, all’azione e all’apprendimento; viene inoltre suggerito di passare da campagne occasionali a una presenza costante, riconoscibile e bidirezionale, fondata su un’identità visiva coerente, su canali molteplici, su meccanismi di ascolto e su partenariati permanenti con media, verificatori, scuole, comunità e volontari digitali, come quelli della rete europea VOST[viii]. Tra gli strumenti che vengono proposti dalle LLGG risaltano i modelli di messaggio pretradotti e condivisi in anticipo con i media, nonché qulle procedure che consentano ai portavoce di comunicare nelle prime ore senza attendere la piena certezza della situazione, mediante formati già autorizzati che dichiarino ciò che si sa, ciò che non si sa e quando arriverà il successivo aggiornamento. L’avvertenza direttamente rivolta alle pubbliche amministrazioni dallo studio è che quando le procedure di approvazione impediscono la comunicazione pubblica nelle prime ore, esse stesse diventano un fattore di rischio[ix].
Nella successiva fase della crisi la comunicazione deve essere semplice e operativa, mirata a riconoscere le emozioni delle persone e accompagnarle dalla paura all’azione, poiché chi si sente impotente è più esposto alle narrative fuorvianti o all’inerzia; i messaggi istituzionali devono inoltre dar conto dell’incertezza mediante aggiornamenti datati, affidati a personalità capaci di ispirare fiducia, quali “testimonial”, ed anticipare le false narrative attraverso il cosiddetto “prebunking”, tecnica che consiste in una sequenza di avvertimento, esposizione a esempi attenuati delle tecniche di manipolazione e rafforzamento della resistenza. Le LLGG precisano peraltro che i suoi effetti si attenuano nel tempo, per cui richiedono di essere periodicamente rinnovati[x].
Dopo la crisi, infine, la revisione dell’infomazione deve essere condotta strutturandola attorno a sei gruppi di domande, che vanno dalle narrative effettivamente circolate all’impatto della comunicazione e alle modifiche da apportare alle procedure, con un’attenzione, non scontata, al benessere del personale esposto alle campagne ostili[xi].
Ora, sebbene le proposte delle Linee Guida siano molto importanti ed indibitabilmente utili, alcune delle teorie che le sorreggono non sono universalmente condivise, come d’altronde è proprio delle scenze sociali e comportamentli: ciò vale ad esempio ove, nel raccomandare correzioni affermative, che presentino l’informazione corretta senza ripetere quella falsa, il dossier UNDRR invoca il cosiddetto effetto boomerang da familiarità, secondo cui la ripetizione del falso, anche a fini di smentita, ne rafforzerebbe il ricordo[xii]. Al riguardo, invero, la letteratura più recente ha fortemente ridimensionato tale effetto, che si manifesta raramente e in condizioni particolari, mentre la ripetizione del falso accompagnata da una spiegazione chiara della sua erroneità non risulta di regola controproducente[xiii]. L’indicazione operativa conserva dunque la sua ragionevolezza, ma il suo fondamento scientifico andrebbe aggiornato. La precisazione non è priva di conseguenze per il tema trattato, perché comporta che la decostruzione esplicita di una cornice fuorviante, come quella del “maltempo”, non solo non è dannosa, ma viceversa può costituire un utile strumento di correzione.
3. I media come anello della catena del rischio e gli strumenti dell’Ufficio
Se il dossier si rivolge alle istituzioni, il ruolo dei media costituisce il necessario contraltare della medesima strategia. Il Quadro di Sendai per la riduzione del rischio di disastri 2015-2030 chiama i media a contribuire attivamente alla costruzione della resilienza e alla diffusione della consapevolezza del rischio, e proprio per la ferma convinzione della pregnanza di tale ruolo l’Ufficio delle Nazioni Unite li considera non come semplici canali di trasmissione, ma come parte integrante della catena dell’allerta precoce[xiv]. In questa prospettiva si inscrivono la World Broadcasting Unions initiative avviata nel 2020 con l’Organizzazione meteorologica mondiale, l’UNESCO e l’Unione internazionale delle telecomunicazioni, il progetto Media Saving Lives del 2024 e la Media Statement on Disaster Risk Reduction adottata a Bali nel maggio 2022, con la quale giornalisti e organizzazioni mediatiche si sono impegnati a fornire informazioni equilibrate, accurate e tempestive e, soprattutto, a dedicare più tempo, spazio e risorse alle cause dei disastri e alle azioni di prevenzione[xv].
Alla Global Platform del 2025 il tema ha assunto un rilievo inedito. Un’analisi della Federazione internazionale della Croce Rossa vi ha infatti evidenziato che molti degli avvisi governativi sono privi di istruzioni chiare o non sono disponibili in più lingue, mentre il Rappresentante speciale del Segretario generale per la riduzione del rischio di disastri, Kamal Kishore, ha nella stessa sede invitato i Paesi a guardare oltre la sola tecnologia e a rafforzare il legame tra sistemi, persone, risposta e fiducia, raccomandando alle agenzie di protezione civile di incontrare i media almeno due volte l’anno, al di fuori delle emergenze[xvi]. È un’indicazione di metodo che anticipa quella delle linee guida e che, nell’ordinamento italiano, potrebbe trovare agevole collocazione nella pianificazione di protezione civile ai diversi livelli territoriali.
Lo strumento più significativo è tuttavia il corso Covering disasters from a different lens, presentato il 26 novembre 2025 a Colombo in occasione del nono ABU Media Summit on Climate Action and Disaster Prevention[xvii], gratuito e articolato in dieci moduli, che si propone di condurre il racconto giornalistico dall’evento alle sue cause, con un’attenzione specifica al linguaggio, alla vulnerabilità e al contributo del cambiamento climatico all’aumento del rischio. Il quaderno di riflessione che lo accompagna ne restituisce con chiarezza la filosofia, chiedendo al giornalista di individuare le decisioni umane e i fattori sistemici che hanno amplificato l’impatto di un disastro, di ricercare le evidenze che collegano i mutamenti dei fenomeni meteorologici al cambiamento climatico, di far emergere i costi invisibili, a cominciare da quelli per la salute mentale, e di passare dal racconto di ciò che è accaduto alla spiegazione del perché è accaduto e di ciò che si può fare[xviii]. Il corso si salda con la campagna #NoNaturalDisasters, con la quale l’Ufficio invita da tempo i media ad abbandonare l’espressione “disastro naturale”, perché, se il fenomeno può essere naturale, il disastro non lo è mai, e presentarlo come tale suggerisce che nulla si possa fare, consentendo ai decisori di sottrarsi alle proprie responsabilità[xix].
Le linee guida e il corso rappresentano, dunque, i due volti di una medesima strategia, l’una rivolta a chi comunica in nome delle istituzioni, l’altra a chi racconta per il pubblico, e convergono su un principio comune, secondo cui una comunicazione del rischio efficace non si limita a descrivere l’evento, ma ne nomina le cause, ne rende visibile la distribuzione sociale e indica che cosa si può fare per prevenirne le conseguenze. È alla luce di questo principio che si può esaminare la prassi italiana.
4. Il “maltempo” come rappresentazione attenuante del rischio climatico
Il dossier UNDRR sulla comunicazione del rischio ci porta ad analizzare il quadro italiano, e in particolare l’ultimo anno, in cui la parola “maltempo” ha accompagnato pressoché ogni evento estremo che ha interessato il territorio nazionale, e ciò non soltanto nella titolazione giornalistica, ma anche nelle uscite istituzionali. In occasione del ciclone mediterraneo Harry, che dal 18 gennaio 2026 ha investito Calabria, Sicilia e Sardegna con accumuli superiori ai cinquecento millimetri e, a Fondachelli-Fantina, oltre cinquecentodiciotto millimetri in sessanta ore[xx], la stampa ha parlato di un’“intensa ondata di maltempo”[xxi] e di “danni del maltempo estremo”[xxii], e la medesima cornice ha poi accompagnato la risposta normativa. Il decreto-legge 27 febbraio 2026, n. 25, è stato titolato come il decreto che, per il maltempo, puntava a un miliardo[xxiii], è divenuto il “decreto maltempo” nei lanci di agenzia[xxiv], nella stampa economica[xxv] e persino nella documentazione parlamentare di parte[xxvi], fino a entrare in un atto negoziale come l’addendum del 4 giugno 2026 alla convenzione tra Cassa depositi e prestiti e Associazione bancaria italiana sul cosiddetto Plafond Alluvione, che definisce il provvedimento, appunto, “Decreto Maltempo”[xxvii].
La stessa cornice ricorre nel linguaggio delle amministrazioni territoriali, come mostrano l’interrogazione presentata al Consiglio regionale delle Marche il 24 luglio 2026 sui danni causati dall’“ondata di maltempo” del 21 luglio[xxviii] o la comunicazione con cui, nel settembre 2026, è stato reso noto lo stato di emergenza regionale toscano per gli eventi del 20 e 21 agosto, che hanno interessato otto province e la Città metropolitana di Firenze[xxix]. Né il fenomeno è soltanto italiano, se si considera che le tempeste che nel febbraio 2026 hanno colpito Francia e Penisola iberica sono state titolate come “maltempo” anche dalla stampa europea in lingua italiana[xxx], così come le alluvioni lampo che tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre 2026 hanno causato vittime in Catalogna, nella provincia di Albacete e a Creta[xxxi]. Particolarmente eloquente è, infine, l’asimmetria lessicale che si registra nell’informazione meteorologica estiva, nella quale il caldo estremo che porta ventisei città al bollino rosso resta “caldo”, mentre il temporale che lo interrompe diventa “maltempo”[xxxii].
Quanto agli atti formali di protezione civile, essi adottano, a loro volta, la formula “eccezionali eventi meteorologici”, che ricorre identica in ogni delibera di dichiarazione dello stato di emergenza e nella stessa intitolazione del decreto-legge n. 25/2026. La formula risponde a un’esigenza giuridica precisa, poiché il presupposto dello stato di emergenza di rilievo nazionale è costituito da eventi che, per intensità ed estensione, debbono essere fronteggiati con mezzi e poteri straordinari[xxxiii], ma produce, sul piano comunicativo, un paradosso evidente, perché l’eccezione che si ripete con cadenza mensile cessa di essere tale e diviene, appunto, la normalità. Non a caso, già all’indomani dell’alluvione che nel giugno 2024 isolò Cogne, lo stesso Ministro per la protezione civile e le politiche del mare auspicava che simili calamità non venissero più considerate eventi eccezionali[xxxiv].
Non mancano voci critiche, come quella delle associazioni ecolgiste, che a proposito del ciclone Harry ha ricordato come non si trattasse di semplice maltempo ma di crisi climatica[xxxv], ma la cornice dominante resta quella del fenomeno atmosferico ricorrente e fortuito. Essa opera, a ben vedere, su due piani distinti. Sul primo, che coincide con quello stigmatizzato dalla campagna #NoNaturalDisasters, naturalizza il disastro, riconducendolo alla sfera dell’inevitabile e oscurando il ruolo delle scelte di pianificazione, di uso del suolo e di manutenzione che ne determinano la gravità. Sul secondo, ulteriore e specifico, recide il nesso tra l’evento e il cambiamento climatico, presentando come episodio isolato ciò che le scienze del clima descrivono come manifestazione di una tendenza strutturale all’intensificazione degli estremi.
È a questo punto che le categorie del dossier mostrano la loro utilità. La rappresentazione attenuante non è, a rigore, falsa, perché il maltempo, in senso letterale, vi è effettivamente stato, ma, come si è visto, le linee guida adottano un criterio funzionale, che guarda all’attitudine dell’informazione a produrre danno, e collocano espressamente tra gli impatti tipici la sottostima del pericolo e la convinzione che gli avvisi siano esagerati. Una cornice che, ripetuta per anni, induce a percepire come ordinario ciò che è estremo e come fortuito ciò che è strutturale produce esattamente questo effetto, e può dunque essere ricondotta, in via interpretativa, all’area dell’informazione dannosa, non perché menta sui fatti, ma perché ne occulta il significato. È un’estensione che il documento non compie espressamente, ma che appare coerente con la sua logica, tanto più se si considera che il dossier individua tra i fattori di rischio i vuoti informativi, e che un’etichetta che non spiega è, a ben vedere, un vuoto di significato.
5. L’emergenza permanente. Stati di emergenza e risorse tra ristoro e prevenzione
Il carattere tutt’altro che eccezionale degli eventi estremi emerge con nettezza dalla ricognizione degli stati di emergenza di rilievo nazionale. Nel solo 2026 il Consiglio dei ministri ne ha dichiarati, per eventi meteo-idrologici, almeno sette. Il 20 gennaio sono stati deliberati quello per gli eventi del settembre 2025 in Liguria, nella Città metropolitana di Genova e a Luni, e quello per l’alluvione del 16 e 17 novembre 2025 nelle province di Gorizia e Udine[xxxvi]. Il 26 gennaio è stato dichiarato lo stato di emergenza per il ciclone Harry in Calabria, Sardegna e Sicilia, con un primo stanziamento di cento milioni di euro a valere sul Fondo per le emergenze nazionali[xxxvii]. Sono seguiti, il 10 marzo, lo stato di emergenza per gli eventi dall’11 al 20 febbraio 2026 nelle province di Catanzaro e Cosenza[xxxviii], il 9 aprile quello per gli eventi iniziati il 28 marzo 2026 in Abruzzo, Basilicata, Molise e Puglia[xxxix], il 14 luglio quello per gli eventi di gennaio e febbraio 2026 nella provincia di Frosinone e nella Città metropolitana di Roma Capitale, con uno stanziamento di 3,2 milioni[xl], e il 23 luglio quello per gli eventi dal 26 marzo al 3 aprile 2026 nella provincia di Ascoli Piceno e ad Amandola[xli].
A tali dichiarazioni si sommano le proroghe deliberate nel corso dell’anno, che riguardano gli eventi del settembre 2024 nel Vicentino e nel Veronese, quelli del febbraio 2025 tra l’Isola del Giglio, l’Elba, la Garfagnana e il Pistoiese[xlii], quelli dell’aprile 2025 in Valle d’Aosta e in Piemonte[xliii], l’esondazione del torrente Frejus a Bardonecchia e gli eventi di giugno e luglio 2025 a Borca e San Vito di Cadore[xliv] e, da ultimo, il 13 ottobre 2026, gli eventi del settembre 2025 nella provincia di Como e in nove comuni della Brianza[xlv], mentre resta in vigore, perché rifinanziato nel settembre 2026, lo stato di emergenza per gli eventi dell’aprile 2025 nell’alto Vicentino[xlvi]. Ne risulta che, alla data in cui si scrive, sono in vigore non meno di quindici stati di emergenza di rilievo nazionale per eventi meteo-idrologici, e verosimilmente un numero maggiore, considerato che l’elenco ufficiale pubblicato dal Dipartimento della protezione civile risulta aggiornato al marzo 2026[xlvii]. A questi si aggiungono gli stati di emergenza regionali, come quello toscano per gli eventi del 20 e 21 agosto 2026 e quello siciliano per i tornado che il 9 ottobre 2026 hanno colpito Marsala e Petrosino[xlviii].
Il quadro assume un significato ulteriore se letto alla luce della disciplina della durata. Il Codice della protezione civile limita lo stato di emergenza di rilievo nazionale a dodici mesi, prorogabili per non più di ulteriori dodici[xlix], e concepisce dunque l’emergenza come una parentesi destinata a chiudersi con il ritorno alla gestione ordinaria. La sovrapposizione continua di nuove dichiarazioni e di proroghe, che interessano ormai in ogni momento porzioni rilevanti del territorio nazionale, trasforma invece quella parentesi in una condizione stabile, una sorta di emergenza permanente che il diritto dell’emergenza, per sua natura, non è attrezzato a governare e che finisce per sostituire la programmazione con una successione di ordinanze in deroga.
La medesima logica si riflette nella distribuzione delle risorse. Per il ciclone Harry e per la frana di Niscemi il decreto-legge n. 25/2026, convertito con modificazioni dalla legge 27 aprile 2026, ha mobilitato oltre settecento milioni di euro, ai quali si sono aggiunti i cento milioni della delibera di gennaio e ulteriori quattrocento milioni deliberati a valere sul Fondo per le emergenze nazionali, ripartiti tra il 2026 e il 2027, per un totale superiore a 1,2 miliardi, di cui centocinquanta destinati al consolidamento del versante franoso di Niscemi[l]. All’interno di questa somma, i contributi per i danni al patrimonio privato e alle attività economiche ammontano a novanta milioni per il 2026 e venticinque per il 2027, cui si aggiungono cinquanta milioni per il 2027, per complessivi centosessantacinque milioni nel biennio[li], a fronte di danni che Legambiente stima superiori ai due miliardi per il solo ciclone[lii]. Per l’alluvione friulana del novembre 2025 le risorse statali hanno raggiunto 14,1 milioni, con l’ultimo stanziamento di 5,6 milioni deliberato il 13 ottobre 2026[liii].
Sul versante della prevenzione, il decreto-legge 8 ottobre 2026, n. 177, ha istituito presso il Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica un Fondo investimenti per la gestione di eventi imprevedibili correlati all’ambiente e al clima, con una dotazione di undici milioni di euro annui a decorrere dal 2027, destinato a finanziare investimenti dei comuni per eventi che non configurano emergenze di protezione civile e con un contributo massimo di un milione per singolo evento[liv], mentre il decreto-legge approvato dal Consiglio dei ministri il 13 ottobre 2026, accanto al piano straordinario per i Campi Flegrei, ha prorogato al 31 marzo 2027 la gestione commissariale per la ricostruzione nei territori di Emilia-Romagna, Marche e Toscana colpiti dalle alluvioni del 2023 e del 2024[lv]. Il confronto tra un singolo evento il cui danno supera i due miliardi e un fondo strutturale per eventi climatici di undici milioni l’anno restituisce, meglio di qualsiasi argomentazione, la sproporzione tra la spesa per le conseguenze e quella per la prevenzione.
La sproporzione è tanto più significativa in quanto le evidenze internazionali sono univoche. Il Global Assessment Report 2025 dell’UNDRR stima che i costi diretti dei disastri siano passati da settanta-ottanta miliardi di dollari annui nel periodo 1970-2000 a centottanta-duecento miliardi nel periodo 2001-2020, e che, includendo le perdite sociali ed ecosistemiche a cascata, il costo annuo effettivo si avvicini ai 2.300 miliardi di dollari[lvi]. Il medesimo rapporto indica come prima area d’azione la democratizzazione della comprensione del rischio, ossia la messa a disposizione di informazioni solide e accessibili, e il tema scelto per la Giornata internazionale per la riduzione dei disastri del 2025, Fund resilience, not disasters, ne costituisce la sintesi più efficace[lvii].
Il passaggio dall’emergenza alla prevenzione non riguarda, peraltro, soltanto le politiche pubbliche. L’obbligo di copertura assicurativa contro i rischi catastrofali per le imprese, introdotto dalla legge di bilancio per il 2024, e le deroghe temporanee previste dal decreto-legge n. 25/2026 per le piccole e medie imprese che ne erano prive[lviii] mostrano come la prevenzione chiami in causa anche le scelte individuali e imprenditoriali, che dipendono, in misura determinante, dalla percezione del rischio. Un’impresa che legge di essere stata colpita dal “maltempo” difficilmente sarà indotta a ripensare la localizzazione dei propri impianti o a investire nell’adattamento, e una famiglia che ha superato l’ennesima ondata di maltempo difficilmente percepirà la necessità di un piano di autoprotezione. La comunicazione del rischio diventa così il punto di snodo tra la dimensione collettiva e quella individuale della prevenzione, ed è su questo terreno che le scienze sociali e le neuroscienze offrono le indicazioni più utili.
6. Ciò che le scienze sociali e le neuroscienze insegnano sulla percezione del rischio
Una premessa di metodo appare necessaria. Non esistono, a quanto consta, studi di neuroimmagine che abbiano misurato la risposta cerebrale a un titolo che parli di “maltempo” rispetto a uno che parli di evento climatico estremo, e ogni trasposizione diretta dai dati di laboratorio alla comunicazione pubblica esige cautela, anche perché l’attivazione di una regione cerebrale non consente, di per sé, di inferire il processo cognitivo che vi sottende[lix]. Le neuroscienze offrono, tuttavia, una solida chiave interpretativa dei meccanismi con cui il cervello elabora le cattive notizie, le cornici linguistiche e l’incertezza, mentre la psicologia sociale fornisce misure dirette degli effetti della comunicazione sulla percezione del rischio e sui comportamenti.
Il primo meccanismo rilevante è l’effetto cornice, ossia la circostanza, documentata da Tversky e Kahneman, per cui la medesima informazione, presentata in termini diversi, conduce a scelte diverse[lx]. Uno studio di risonanza magnetica funzionale ha mostrato che la suscettibilità alla cornice si associa all’attività dell’amigdala, struttura coinvolta nell’elaborazione della salienza emotiva, mentre la capacità di resistervi si associa all’attività della corteccia orbitofrontale e mediale prefrontale, che integra l’emozione con la valutazione razionale[lxi]. Le parole con cui si descrive un evento non si limitano, dunque, a riferirne il contenuto, ma ne determinano la salienza emotiva e, con essa, il peso che l’evento assumerà nelle decisioni successive.
Il secondo meccanismo è il bias ottimistico, ossia la tendenza a sottostimare la probabilità che eventi negativi colpiscano se stessi. Le ricerche di Tali Sharot hanno mostrato, mediante risonanza magnetica funzionale, che immaginare eventi futuri positivi attiva in misura maggiore l’amigdala e la corteccia cingolata anteriore rostrale, la cui attività si correla con il grado di ottimismo individuale[lxii], e, soprattutto, che le persone aggiornano le proprie stime di rischio assai più volentieri dopo una buona notizia che dopo una cattiva, perché la codifica dell’informazione sgradita nel giro frontale inferiore, regione della corteccia prefrontale, risulta attenuata, e lo è tanto più quanto più il soggetto è ottimista[lxiii]. La stimolazione magnetica transcranica del giro frontale inferiore sinistro si è dimostrata in grado di modificare tale asimmetria, a conferma del ruolo causale di questa regione nella formazione delle credenze[lxiv]. Ne discende che il cervello applica già, spontaneamente, un filtro che attenua le notizie sgradite, e che una rappresentazione attenuante del rischio non fa che assecondarlo, privando l’informazione negativa proprio di quella salienza che sarebbe necessaria per vincere la resistenza all’aggiornamento.
Il terzo meccanismo attiene alla regolazione emotiva. Gli studi sulla rivalutazione cognitiva hanno mostrato che reinterpretare il significato di uno stimolo negativo recluta le regioni dorsolaterali e ventrolaterali della corteccia prefrontale e modula la risposta dell’amigdala, riducendo l’impatto emotivo senza negare lo stimolo[lxv]. È un dato di grande rilievo per il tema in esame, perché la rivalutazione presuppone un’informazione corretta da rielaborare, e costituisce il correlato neurale di quel coping orientato al problema che la psicologia dello stress distingue dalle strategie di evitamento e di negazione[lxvi]. Una comunicazione che attenua il rischio non risparmia dunque l’ansia, ma sottrae alle persone gli elementi necessari per regolarla in modo adattivo, lasciando come unica alternativa la rimozione.
Il quarto meccanismo riguarda l’incertezza. Un esperimento che combinava stimoli dolorosi e modelli computazionali ha dimostrato che l’incertezza sull’esito genera risposte di stress, soggettive e fisiologiche, superiori a quelle prodotte dalla certezza di un esito negativo[lxvii], e il dato conferma, dal versante sperimentale, l’indicazione delle linee guida secondo cui il vuoto informativo è più dannoso di una comunicazione tempestiva che dichiari apertamente i propri limiti. Il quinto, infine, attiene alla rilevanza personale del messaggio. Le ricerche di Emily Falk hanno mostrato che l’attività della corteccia prefrontale mediale, coinvolta nell’elaborazione delle informazioni relative al sé, durante l’esposizione a un messaggio persuasivo predice il successivo cambiamento di comportamento meglio delle intenzioni dichiarate dagli stessi soggetti[lxviii], e che la risposta di un piccolo gruppo consente di prevedere l’efficacia di una campagna sull’intera popolazione[lxix]. La comunicazione che attiva è, dunque, quella che il destinatario riconosce come riferita a sé, e un fenomeno descritto come generico e passeggero difficilmente lo è.
Sul piano psicologico, i meccanismi descritti si saldano con il ruolo dell’affetto nella valutazione del rischio, che viene giudicato soprattutto attraverso l’emozione che suscita[lxx], con la conseguenza che un rischio presentato in forma astratta o banalizzata non attiva i sistemi affettivi che orientano l’azione, come Elke Weber osservava già vent’anni fa a proposito del cambiamento climatico[lxxi]. Il Global Assessment Report 2022 ha d’altra parte fatto propria la tassonomia dei bias che ostacolano la preparazione ai disastri elaborata da Meyer e Kunreuther, che individua nella miopia, nell’amnesia, nell’ottimismo, nell’inerzia, nella semplificazione e nell’effetto gregge le principali ragioni per cui individui e comunità si preparano meno di quanto dovrebbero[lxxii]. La cornice del “maltempo” ne rafforza almeno tre, alimentando l’ottimismo, favorendo l’amnesia e incoraggiando la semplificazione.
Ancora più diretto è il contributo delle ricerche sulla memoria. In un celebre esperimento, la sola sostituzione del verbo con cui veniva descritto un incidente stradale modificava le stime di velocità dei testimoni e, a distanza di una settimana, induceva una parte di essi a ricordare vetri infranti che non erano mai esistiti[lxxiii], a dimostrazione del fatto che le parole non si limitano a descrivere l’evento, ma ne riscrivono il ricordo. A ciò si aggiunge l’effetto di influenza persistente, per cui un’informazione fuorviante continua a orientare il ragionamento anche dopo essere stata corretta, a meno che la correzione non offra una spiegazione alternativa coerente[lxxiv], il che significa che una cornice ripetuta per anni non può essere smontata da una singola rettifica, ma richiede una narrazione sostitutiva altrettanto stabile.
Sul piano collettivo, l’analisi di circa due miliardi di messaggi pubblicati su Twitter ha mostrato che la percezione di ciò che è normale si fonda sull’esperienza dei due-otto anni precedenti e che le anomalie termiche ripetute smettono rapidamente di essere considerate notevoli[lxxv], mentre la ricostruzione di un millennio di insediamenti in Boemia ha documentato che, dopo un’alluvione, le comunità si allontanavano dalle aree inondabili per tornarvi nel volgere di circa due generazioni, quando la memoria dell’evento si era dissolta[lxxvi]. Chiamare ogni evento estremo con il nome di un fenomeno ordinario significa accelerare questa normalizzazione e anticipare l’oblio, con ricadute dirette sulle scelte di localizzazione e di uso del suolo.
Lo studio più pertinente rispetto alla tesi qui sostenuta è, tuttavia, quello condotto dopo le alluvioni britanniche dell’inverno 2013-2014, che ha mostrato come l’esperienza diretta dell’evento accrescesse il sostegno alle politiche di mitigazione soltanto nelle persone che lo attribuivano al cambiamento climatico, mentre l’esperienza dell’estremo, percepito come semplice evento meteorologico, non produceva il medesimo effetto[lxxvii]. L’attribuzione, in altri termini, è la condizione perché l’esperienza si traduca in apprendimento, ed è proprio l’attribuzione che la cornice del “maltempo” sottrae, mantenendo il cambiamento climatico in quella dimensione di distanza psicologica, temporale e spaziale, che la letteratura indica come uno dei principali ostacoli all’azione[lxxviii].
Occorre, peraltro, guardarsi dalla conclusione opposta, secondo cui basterebbe sostituire un’etichetta tranquillizzante con una allarmata. Gli esperimenti di Feldman e Hart hanno mostrato che la sostituzione dell’espressione “cambiamento climatico” con “crisi” o “emergenza climatica” nelle notizie produce effetti modesti o nulli sulla percezione e sul sostegno alle politiche[lxxix]. Il dato non contraddice quanto si è detto, ma lo precisa, perché ciò che conta non è l’intensità del registro, bensì la presenza dell’attribuzione, dei dati e delle indicazioni di azione. La comunicazione corretta non coincide, in altri termini, con la comunicazione più allarmante.
7. I caratteri di una comunicazione che attiva
Le ricerche sulla comunicazione persuasiva convergono nel ritenere che la percezione della minaccia, da sola, non sia sufficiente a generare comportamenti protettivi. Il modello del parallelo processo esteso elaborato da Kim Witte distingue la valutazione della minaccia da quella dell’efficacia, e mostra che, quando la minaccia percepita è elevata ma l’efficacia percepita è bassa, le persone reagiscono controllando la paura mediante negazione ed evitamento, mentre, quando entrambe sono elevate, si attivano per controllare il pericolo[lxxx]. Una vasta meta-analisi ha confermato che i messaggi che suscitano timore sono efficaci e raramente controproducenti, soprattutto quando sono accompagnati dall’indicazione di comportamenti concreti e realizzabili[lxxxi], mentre le rappresentazioni catastrofiche prive di prospettive di azione allontanano il pubblico anziché coinvolgerlo[lxxxii].
Nel campo specifico del rischio alluvionale, una rassegna ormai classica ha mostrato che la percezione del rischio è debolmente correlata all’adozione di misure di protezione da parte delle famiglie, mentre l’autoefficacia e l’efficacia percepita delle misure ne costituiscono i predittori più robusti[lxxxiii], e il modello decisionale delle azioni protettive ha descritto la sequenza attraverso cui un avviso si traduce, o non si traduce, in comportamento[lxxxiv]. Un’elevata fiducia nelle istituzioni può, d’altra parte, ridurre la preparazione individuale, inducendo a delegare la protezione all’autorità[lxxxv], e una comunicazione istituzionale rassicurante rischia di alimentare proprio questo paradosso.
La dimensione psicologica non riguarda, infine, soltanto l’efficacia, ma anche il benessere delle persone. L’ansia climatica è oggetto di una letteratura crescente, che ne distingue le manifestazioni adattive da quelle disfunzionali[lxxxvi], e un’indagine condotta su diecimila giovani in dieci Paesi ha mostrato che il disagio si associa in misura significativa alla percezione di una risposta inadeguata dei governi e a un diffuso senso di tradimento[lxxxvii]. Lo scarto tra la realtà vissuta e la narrazione istituzionale è, dunque, esso stesso fonte di sofferenza, e la speranza che sostiene l’impegno è quella costruttiva, fondata sulla possibilità di agire, e non quella fondata sulla negazione del problema, che si associa invece a un minore coinvolgimento[lxxxviii].
Da queste acquisizioni, lette insieme alle indicazioni dell’UNDRR, è possibile ricavare i caratteri di una comunicazione del rischio capace di produrre attivazione. Essa deve, anzitutto, nominare la causa, collegando l’evento estremo al cambiamento climatico quando le evidenze lo consentono, perché è l’attribuzione a trasformare l’esperienza in apprendimento e a ridurre la distanza psicologica. Deve, in secondo luogo, quantificare, restituendo la dimensione fisica dell’evento, la sua frequenza e il suo costo, in modo da conferirgli la salienza necessaria a vincere il filtro ottimistico. Deve, ancora, rendere il rischio personale e territoriale, perché è la rilevanza per sé a predire il cambiamento di comportamento, e deve sempre accompagnare la descrizione della minaccia con l’indicazione di ciò che si può fare, individualmente e collettivamente, così da orientare le persone verso il controllo del pericolo anziché verso il controllo della paura. Deve, inoltre, dichiarare apertamente l’incertezza, secondo lo schema di ciò che si sa, di ciò che non si sa e del prossimo aggiornamento, perché il vuoto informativo è più dannoso della verità incompleta, e deve, infine, essere coerente e continuativa nel tempo, poiché la memoria collettiva si costruisce per ripetizione e si dissolve nel silenzio.
Per le pubbliche amministrazioni ciò implica, in concreto, una riflessione sul lessico degli atti, che potrebbero affiancare alla formula degli eccezionali eventi meteorologici un riferimento esplicito agli eventi climatici estremi, nonché l’adozione di procedure di comunicazione che consentano di parlare nelle prime ore senza attendere la piena certezza, la condivisione preventiva di modelli di messaggio con i media e l’organizzazione di incontri periodici con le redazioni, secondo l’indicazione emersa alla Global Platform. Per i media significa adottare, nella titolazione e nel racconto, la prospettiva del corso dell’UNDRR, che chiede di spiegare perché l’evento è accaduto e che cosa si può fare, e non soltanto che cosa è accaduto, e potrebbe tradursi nell’inserimento di moduli dedicati alla comunicazione del rischio nella formazione professionale continua dei giornalisti, eventualmente in collaborazione con il Dipartimento della protezione civile.
8. Considerazioni conclusive
La comunicazione corretta del rischio non costituisce, nel nostro ordinamento, una mera opzione di buona amministrazione. Tra le attività di prevenzione non strutturale il Codice della protezione civile annovera giustamente la diffusione della conoscenza e della cultura della protezione civile e l’informazione alla popolazione sugli scenari di rischio e sulle norme di comportamento[lxxxix]. La Convenzione di Aarhus impone che, in caso di minaccia imminente per la salute umana o per l’ambiente, siano diffuse immediatamente tutte le informazioni che consentano al pubblico di adottare misure per prevenire o limitare i danni[xc]; il Quadro di Sendai pone la comprensione del rischio come prima priorità d’azione; ancora, la direttiva alluvioni prevede obblighi di informazione e consultazione del pubblico sulla gestione del rischio[xci] . La tutela dell’ambiente nell’interesse delle future generazioni, oggi espressamente sancita dall’art. 9 della Costituzione[xcii], conferisce a questi obblighi un fondamento ulteriore, perché non vi è tutela possibile di un rischio che non viene nominato.
Il dossier dell’UNDRR del settembre 2026, pur nato per contrastare la falsità attiva, offre categorie che consentono di riconoscere come dannosa anche l’informazione che, senza mentire sui fatti, ne occulta il significato. La cornice del “maltempo”, adottata con sorprendente uniformità da media e amministrazioni, naturalizza il disastro, recide il nesso con il cambiamento climatico, alimenta i bias che ostacolano la preparazione e accelera quella normalizzazione dell’estremo che le scienze sociali hanno documentato con precisione. Essa si accompagna, non casualmente, a un sistema che spende in emergenza ciò che non investe in prevenzione e che vive ormai in una condizione di emergenza permanente.
Le neuroscienze non autorizzano semplificazioni, ma confermano che il cervello umano è predisposto ad attenuare le notizie sgradite, che le parole ne determinano la salienza e il ricordo e che soltanto un’informazione corretta consente quella rivalutazione che è alla base del coping adattivo. Chiamare le cose con il loro nome non è, dunque, una questione stilistica, da risolvere lasciando il passo alla graziosa rassicurazione, ma costituisce la prima condizione dell’adattamento, perché soltanto ciò che viene compreso può essere prevenuto, soltanto ciò che viene ricordato può orientare verso decisioni efficaci, e solo la corretta rappresentazione delle strategie di prevenzione ed adattamento disponibili da mettere in atto consente di passare dalla rassegnazione, l’impotenza riflessiva ben descritta da Mauro Magatti,[xciii] all’azione.
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NOTE:
[i] UNDRR, Harmful information in disasters. Risk communication for safer decisions. Guidance note, Ginevra, 2026, disponibile su www.undrr.org. Il documento, di ventisette pagine, è distribuito con licenza Creative Commons CC BY-NC 4.0 e se ne riportano qui alcuni passaggi in traduzione libera dell’autrice.
[ii] UNDRR, GP2025. Risk communication is essential for disaster risk reduction, 6 giugno 2025, www.undrr.org. La Global Platform si è svolta a Ginevra dal 2 al 6 giugno 2025.
[iii] IFRC, World Disasters Report 2026. Why trust and reliable information save lives in crises, Ginevra, 5 marzo 2026.
[iv] UNDRR, Harmful information in disasters, cit., p. 3. Le linee guida richiamano, sul differenziale di velocità tra notizie vere e false, S. Vosoughi, D. Roy, S. Aral, The spread of true and false news online, in Science, 2018, 359, 1146 ss.
[v] Ivi, p. 4, ove la definizione è ripresa da IFRC, World Disasters Report 2026, cit.
[vi] Ivi, p. 5.
[vii] Ivi, pp. 6-7. Sul nesso tra fiducia istituzionale e diffusione di notizie false il dossier richiama A. Guess, J. Nagler, J.A. Tucker, Less than you think. Prevalence and predictors of fake news dissemination on Facebook, in Science Advances, 2019, 5(1), eaau4586.
[viii] Ivi, pp. 9-12. Il ciclo RICA è descritto in BBC Media Action, Risk Information for Early Warning and Early Action (RICA Guide), 2023, disponibile sul Disaster Risk Communication Hub di PreventionWeb.
[ix] Ivi, p. 13.
[x] Ivi, pp. 14-15, ove il riquadro sul prebunking è adattato da S. Lewandowsky e altri (2022). Sulla tecnica dell’inoculazione nel contesto climatico si veda S. van der Linden, A. Leiserowitz, S. Rosenthal, E. Maibach, Inoculating the public against misinformation about climate change, in Global Challenges, 2017, 1(2), 1600008.
[xi] Ivi, pp. 19-21.
[xii] Ivi, p. 18.
[xiii] B. Swire-Thompson, J. De Gutis, D. Lazer, Searching for the backfire effect. Measurement and design considerations, in Journal of Applied Research in Memory and Cognition, 2020, 9(3), 286 ss.; U.K.H. Ecker e altri, The psychological drivers of misinformation belief and its resistance to correction, in Nature Reviews Psychology, 2022, 1, 13 ss.
[xiv] UNDRR, Risk communication, pagina tematica, 24 luglio 2024, www.undrr.org, ove si sottolinea anche come la copertura debba andare oltre il singolo disastro per alimentare un dialogo pubblico continuativo.
[xv] Media Statement on Disaster Risk Reduction, Global Platform for Disaster Risk Reduction, Bali, 23-28 maggio 2022; UNDRR, Focus on. How media and risk communication save lives, www.undrr.org.
[xvi] UNDRR, GP2025. Risk communication is essential for disaster risk reduction, cit. Nella medesima sessione la fiducia è stata definita come l’infrastruttura più potente della preparazione ai disastri.
[xvii] WMO, UNDRR launches global media training course to strengthen disaster reporting, novembre 2025, wmo.int; SparkBlue, Covering disasters from a different lens, www.sparkblue.org. Il lancio è avvenuto contestualmente alla presentazione, da parte dell’UNESCO, del Model Disaster Preparedness and Response Plan for Media Institutions.
[xviii] UNDRR, Covering disasters from a different lens. Reflection workbook, 2025, materiale di accompagnamento del corso.
[xix] UNDRR, No natural disasters, campagna, www.undrr.org; PreventionWeb, Risk Media Hub, Natural disasters do not exist, www.preventionweb.net.
[xx] Ciclone Harry, la Sicilia ferita, in lentepubblica.it, gennaio 2026, che riporta i dati sugli accumuli e sulle mareggiate registrati dalla Rete ondametrica nazionale di Ispra.
[xxi] L’Espresso, 20 gennaio 2026.
[xxii] Geopop, 20 gennaio 2026.
[xxiii] Maltempo, per l’emergenza il decreto punta a 1 miliardo, in Il Sole 24 Ore, febbraio 2026.
[xxiv] Approvato il decreto maltempo, oltre un miliardo di euro per il Ciclone Harry e la frana di Niscemi, Italpress, febbraio 2026.
[xxv] Decreto Maltempo 2026, ok ai correttivi, in PMI.it, 17 aprile 2026.
[xxvi] Ufficio Documentazione e Studi del Gruppo PD alla Camera dei deputati, DL 25/2026. Un decreto maltempo con risorse necessarie, 16 aprile 2026. La nota osserva peraltro, con apprezzabile lucidità, che affrontare gli eventi estremi come se fossero rari o frutto della sfortuna non aiuterà il Paese a prendere le decisioni necessarie.
[xxvii] CDP-ABI, Addendum alla Convenzione “Plafond Alluvione”, Roma, 4 giugno 2026, ove si richiama l’art. 20-bis del d.l. n. 25/2026.
[xxviii] Consiglio regionale delle Marche, interrogazione n. 391 del 24 luglio 2026, Danni causati dall’ondata di maltempo del 21 luglio 2026 e interventi urgenti di prevenzione e mitigazione del rischio idrogeologico nelle Marche.
[xxix] Maltempo 20 e 21 agosto, in Toscana dichiarato lo stato di emergenza regionale, 8 settembre 2026.
[xxx] Maltempo, violente tempeste in Spagna e Francia. Inondazioni e trasporti in tilt, in Euronews, 16 febbraio 2026.
[xxxi] Maltempo eccezionale nel Mediterraneo. Spagna, Francia e Creta sotto intense precipitazioni, in OML Meteo, ottobre 2026; Spagna, alluvioni in Catalogna. Due morti e un disperso, in Sky TG24, 4 ottobre 2026.
[xxxii] Meteo.it, 6 agosto 2026, ove nella stessa giornata compaiono il bollettino sulle ondate di calore e l’allerta gialla per temporali titolata come “maltempo”.
[xxxiii] D.lgs. 2 gennaio 2018, n. 1, Codice della protezione civile, artt. 7, comma 1, lett. c), e 24.
[xxxiv] Maltempo, Musumeci. Strada per Cogne fuori uso per almeno un mese, LaPresse, 2 luglio 2024. Nella circostanza alcuni commentatori avevano già contestato la persistenza della cornice del “maltempo”, come in greenMe, luglio 2024.
[xxxv] WWF già nel 2024 ha parlato di uno stato di permanente disastro climatico, https://9colonne.it/470389/wwf-issues-dire-warning-italy-in-a-state-of-permanent-climate-disaster, mentre L’Espresso, 21 gennaio 2026, riporta l’appello di Legambiente, che quale, attraverso l’Osservatorio Città Clima, ha censito ottantadue eventi meteorologici estremi in Italia tra gennaio e maggio 2026. Cfr. Oltre ottanta eventi climatici estremi in Italia nel 2026, in La Nuova Ecologia, 27 maggio 2026. Al contempo 100 scienziati, in una lettera aperta, hanno chiesto di cambiare registro comunicativo e di sostituir al maltempo la nozione di cambiamnti climatici, così in https://www.qualenergia.it/wp-content/uploads/2023/07/Appello-ai-media_luglio-2023-2.pdf
[xxxvi] Delibere del Consiglio dei ministri del 20 gennaio 2026, in Gazzetta Ufficiale, Serie generale, n. 26 del 2 febbraio 2026.
[xxxvii] Delibera del Consiglio dei ministri del 26 gennaio 2026, ivi; Comunicato stampa del Consiglio dei ministri n. 157, 26 gennaio 2026, www.governo.it.
[xxxviii] Delibera del Consiglio dei ministri del 10 marzo 2026, in Gazzetta Ufficiale, Serie generale, n. 67 del 21 marzo 2026.
[xxxix] Delibera del Consiglio dei ministri del 9 aprile 2026, in Gazzetta Ufficiale, Serie generale, n. 88 del 16 aprile 2026.
[xl] Delibera del Consiglio dei ministri del 14 luglio 2026; Comunicato stampa del Consiglio dei ministri n. 181, 14 luglio 2026, www.governo.it.
[xli] Delibera del Consiglio dei ministri del 23 luglio 2026, richiamata dall’O.C.D.P.C. n. 1208 del 14 agosto 2026.
[xlii] Delibera del Consiglio dei ministri del 3 aprile 2026, in Gazzetta Ufficiale, Serie generale, n. 92 del 21 aprile 2026.
[xliii] Delibere del Consiglio dei ministri del 4 giugno 2026, la prima pubblicata in Gazzetta Ufficiale, Serie generale, n. 138 del 17 giugno 2026.
[xliv] Delibere del Consiglio dei ministri del 4 agosto 2026, la prima pubblicata in Gazzetta Ufficiale, Serie generale, n. 205 del 4 settembre 2026.
[xlv] Comunicato stampa del Consiglio dei ministri n. 192, 13 ottobre 2026, www.governo.it.
[xlvi] Consiglio dei ministri n. 190 del 24 settembre 2026, che ha stanziato ulteriori 9,32 milioni di euro per gli eventi del 17 e 18 aprile 2025 in provincia di Vicenza e 5,66 milioni per quelli del settembre 2025 nelle province di Como e di Monza e della Brianza.
[xlvii] Dipartimento della protezione civile, Emergenze per il rischio meteo-idro, sezione Amministrazione trasparente, con allegato aggiornato a marzo 2026. Il conteggio indicato nel testo si fonda sulle sole delibere che è stato possibile verificare e va pertanto inteso come valore minimo.
[xlviii] Tornado a Marsala e Petrosino, dichiarato lo stato di emergenza, in Trapanisi.it, 16 ottobre 2026, ove si precisa che lo stato di crisi e di emergenza regionale ha durata di dodici mesi e non equivale a quello nazionale.
[xlix] D.lgs. n. 1/2018, art. 24, comma 3.
[l] Comunicato stampa del Consiglio dei ministri n. 162, 18 febbraio 2026, www.governo.it; Maltempo, per l’emergenza il decreto punta a 1 miliardo, cit., che dà conto della ripartizione dei quattrocento milioni in duecento per ciascuno degli anni 2026 e 2027.
[li] Camera dei deputati, Servizio Studi, D.L. 25/2026. Interventi urgenti per fronteggiare l’emergenza provocata dagli eccezionali eventi meteorologici in Calabria, Sardegna e Sicilia, nonché la frana di Niscemi, 14 aprile 2026; Senato della Repubblica, Servizio Studi, Dossier sull’A.S. 1876, 17 aprile 2026.
[lii] Oltre ottanta eventi climatici estremi in Italia nel 2026, cit.
[liii] Comunicato stampa del Consiglio dei ministri n. 192, cit.; Ciriani, dal governo altri 5,6 milioni per alluvione, ANSA, 14 ottobre 2026.
[liv] D.l. 8 ottobre 2026, n. 177, recante disposizioni urgenti per il rafforzamento delle istruttorie ambientali, la gestione di problemi climatici, l’economia circolare e le bonifiche; Consiglio dei ministri n. 191 del 2 ottobre 2026, comunicato. Il medesimo decreto pone a carico dei quadri economici degli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico, entro il limite del tre per cento, gli oneri di assistenza tecnico-specialistica ai Commissari straordinari.
[lv] Comunicato stampa del Consiglio dei ministri n. 192, cit.
[lvi] UNDRR, Global Assessment Report on Disaster Risk Reduction 2025. Resilience pays. Financing and investing for our future, Ginevra, 27 maggio 2025.
[lvii] UNDRR, Annual Report 2025, Ginevra, 2026, che riporta anche come i Paesi dotati di sistemi di allerta precoce completi registrino una mortalità da disastro sei volte inferiore a quella degli altri.
[lviii] L. 30 dicembre 2023, n. 213, art. 1, commi 101 ss.; d.l. n. 25/2026, cit., che subordina il contributo alla sottoscrizione della copertura entro sessanta giorni dalla sua ricezione.
[lix] R.A. Poldrack, Can cognitive processes be inferred from neuroimaging data?, in Trends in Cognitive Sciences, 2006, 10(2), 59 ss.
[lx] A. Tversky, D. Kahneman, The framing of decisions and the psychology of choice, in Science, 1981, 211, 453 ss.
[lxi] B. De Martino, D. Kumaran, B. Seymour, R.J. Dolan, Frames, biases, and rational decision-making in the human brain, in Science, 2006, 313, 684 ss. Sul ruolo dell’amigdala nell’elaborazione della minaccia e della salienza emotiva si veda E.A. Phelps, J.E. LeDoux, Contributions of the amygdala to emotion processing. From animal models to human behavior, in Neuron, 2005, 48, 175 ss.
[lxii] T. Sharot, A.M. Riccardi, C.M. Raio, E.A. Phelps, Neural mechanisms mediating optimism bias, in Nature, 2007, 450, 102 ss.
[lxiii] T. Sharot, C.W. Korn, R.J. Dolan, How unrealistic optimism is maintained in the face of reality, in Nature Neuroscience, 2011, 14, 1475 ss.
[lxiv] T. Sharot, R. Kanai, D. Marston, C.W. Korn, G. Rees, R.J. Dolan, Selectively altering belief formation in the human brain, in Proceedings of the National Academy of Sciences, 2012, 109, 17058 ss.
[lxv] K.N. Ochsner, S.A. Bunge, J.J. Gross, J.D.E. Gabrieli, Rethinking feelings. An fMRI study of the cognitive regulation of emotion, in Journal of Cognitive Neuroscience, 2002, 14, 1215 ss.; K.N. Ochsner, J.J. Gross, The cognitive control of emotion, in Trends in Cognitive Sciences, 2005, 9(5), 242 ss.; J.T. Buhle e altri, Cognitive reappraisal of emotion. A meta-analysis of human neuroimaging studies, in Cerebral Cortex, 2014, 24, 2981 ss.
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[lxvii] A.O. de Berker, R.B. Rutledge, C. Mathys, L. Marshall, G.F. Cross, R.J. Dolan, S. Bestmann, Computations of uncertainty mediate acute stress responses in humans, in Nature Communications, 2016, 7, 10996.
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[lxxi] E.U. Weber, Experience-based and description-based perceptions of long-term risk. Why global warming does not scare us (yet), in Climatic Change, 2006, 77, 103 ss.
[lxxii] R. Meyer, H. Kunreuther, The ostrich paradox. Why we underprepare for disasters, Philadelphia, 2017; PreventionWeb, Human behaviour. Risk perceptions and cognitive biases, sulla base del GAR 2022.
[lxxiii] E.F. Loftus, J.C. Palmer, Reconstruction of automobile destruction. An example of the interaction between language and memory, in Journal of Verbal Learning and Verbal Behavior, 1974, 13, 585 ss.; E.F. Loftus, Planting misinformation in the human mind. A 30-year investigation of the malleability of memory, in Learning & Memory, 2005, 12(4), 361 ss.
[lxxiv] S. Lewandowsky, U.K.H. Ecker, C.M. Seifert, N. Schwarz, J. Cook, Misinformation and its correction. Continued influence and successful debiasing, in Psychological Science in the Public Interest, 2012, 13(3), 106 ss.
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[lxxvii] C.A. Ogunbode, C. Demski, S.B. Capstick, R.G. Sposato, Attribution matters. Revisiting the link between extreme weather experience and climate change mitigation responses, in Global Environmental Change, 2019, 54, 31 ss.; C. Demski, S. Capstick, N. Pidgeon, R.G. Sposato, A. Spence, Experience of extreme weather affects climate change mitigation and adaptation responses, in Climatic Change, 2017, 140, 149 ss.
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[lxxix] L. Feldman, P.S. Hart, Upping the ante? The effects of “emergency” and “crisis” framing in climate change news, in Climatic Change, 2021, 169, 10.
[lxxx] K. Witte, M. Allen, A meta-analysis of fear appeals. Implications for effective public health campaigns, in Health Education & Behavior, 2000, 27(5), 591 ss.
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[lxxxii] S. O’Neill, S. Nicholson-Cole, “Fear won’t do it”. Promoting positive engagement with climate change through visual and iconic representations, in Science Communication, 2009, 30(3), 355 ss.
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[lxxxv] G. Wachinger, O. Renn, C. Begg, C. Kuhlicke, The risk perception paradox. Implications for governance and communication of natural hazards, in Risk Analysis, 2013, 33(6), 1049 ss.
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[lxxxviii] M. Ojala, Hope and climate change. The importance of hope for environmental engagement among young people, in Environmental Education Research, 2012, 18(5), 625 ss.
[lxxxix] D.lgs. n. 1/2018, cit., art. 2, comma 4.
[xc] Convenzione sull’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale, Aarhus, 25 giugno 1998, ratificata con l. 16 marzo 2001, n. 108, art. 5, par. 1, lett. c); si veda anche il d.lgs. 19 agosto 2005, n. 195, sull’accesso del pubblico all’informazione ambientale.
[xci] Direttiva 2007/60/CE, art. 10, recepita con d.lgs. 23 febbraio 2010, n. 49.
[xcii] L. cost. 11 febbraio 2022, n. 1.
[xciii] M.Magatti, Vedere e sapere tutto senza poterci fare niente: è l’ “impotenza” riflessiva, in www.avvnire.it