Il rapporto tra urbanistica e ambiente e delle rispettive discipline giuridiche è sempre stato problematico anche per l’emergere del diritto dell’ambiente, un tema nuovo e pressoché ancora inesplorato in Italia, a pochi anni di distanza dall’espansione di quella che era stata definita la panurbanistica innescata dall’art.80 del dpr 616\1977, secondo il quale la materia urbanistica non era limitata al solo sviluppo del centro urbano e comprendeva tutti gli aspetti conoscitivi e riguardanti le operazioni di salvaguardia e di trasformazione del suolo nonché la protezione dell’ambiente.
Quando si avviò, nel 1986, la Rivista giuridica dell’ambiente seguirono molte trattative per ripartire con la Rivista giuridica dell’edilizia, che comprendeva il diritto urbanistico, alcune materia “di confine”, tra cui la tutela del paesaggio e dei beni paesaggistici e, soprattutto, il governo del territorio.
Questa premessa è stata necessaria per spiegare la ragione per la quale nella nostra rivista, dedicata al diritto dell’ambiente, mi occupo di un libro dedicato all’urbanistica (e non solo, come risulta dal titolo, al diritto urbanistico), di cui è autore uno dei più noti maestri del diritto riguardante questa materia: un libro che fin dalle prime pagine annuncia di avere come oggetto l’assetto dei suoli, lo sviluppo urbano, le sue trasformazioni, il funzionamento del mercato immobiliare e la sua evoluzione negli anni più recenti. Certo le prospettive di analisi sono diverse anche se entrambe riguardano le comunità locali, gli agglomerati urbani, le aree agricole e, appunto, il territorio, anche se poi, nella prospettiva dell’ambiente, ciò che maggiormente rileva è la condizione dell’aria, dell’acqua, del suolo nelle città e nei territori circostanti: in breve, la vivibilità ambientale, tema sul quale dal 1994 Legambiente pubblica annualmente un rapporto dedicato all’ecosistema urbano.
Così, con una sequenza di brevi capitoli (in alcuni di essi riprendendo suoi scritti precedenti), Urbani affronta il tema della pianificazione, il suo modificarsi nel tempo e il suo declino, e il modificarsi del ruolo degli attori pubblici e, soprattutto il ruolo degli operatori privati: è scomparsa “l’imprenditoria del mattone” dei decenni trascorsi, sostituita dall’immobiliarista finanziere, dalle grandi società immobiliari nazionali e internazionali, dalle banche e dai Fondi di investimento.
Alcuni anni fa Saskia Sassen, una economista e sociologa studiosa degli effetti della globalizzazione, ha osservato in una conferenza tenuta a Milano che l’enorme quantità di denaro accumulatosi in pochi detentori a livello mondiale è in cerca di luoghi dove fissarlo e solidificarlo, in grandi città dove è al sicuro, e Milano e alcune altre città italiane sono tra queste. Ma poi, ha proseguito, ciò che conta è conservare il capitale “materializzato” in una costruzione che acquisti, o almeno non perda, valore nel tempo. L’effetto è così la concentrazione degli interventi non dove c’è più bisogno, sulla base di una pianificazione attenta alle esigenze sociali e alle domande della collettività urbana, ma solo dove c’è un maggior ritorno economico. È questa la premessa della “rigenerazione urbana”, un fenomeno del quale l’Autore tratta molti casi concreti: un fenomeno non solo italiano, ma di tutte le città dove c’è abbondanza di edifici industriali dismessi, collocati in aree spesso inquinate, con riferimento ai quali il proprietario non ha i mezzi o la volontà di intervenire.
In pochi anni, così, anche nel nostro paese “la città non è più il riflesso di tante storie”, scrive Urbani citando Renzo Piano, “ma assume la fisionomia di molte città extraeuropee” il cui sviluppo è affidato al grande capitale e al protagonismo dell’Amministrazione. E allora, prosegue l’Autore bisogna chiedersi “quanto abbia ancora senso parlare di governo del territorio, se diviene necessario l’accordo” tra pubblico e privato, che rischia di divenire uno “scambio sleale, nel quale il Comune assume quasi sempre la posizione di contraente debole, non in grado di tutelare l’interesse pubblico”.
Il libro avrebbe potuto concludersi qui, con una sintetica storia dell’evoluzione dell’urbanistica e del diritto urbanistico nel nostro paese, con molte considerazioni che, con qualche adattamento, possono benissimo estendersi al territorio costituito dall’ambiente intorno ai centri urbani, sempre più oggetto di trasformazioni richieste o imposte per finalità che poco hanno a che vedere con le esigenze delle collettività.
Invece, i due ultimi capitoli offrono uno squarcio su ciò che è possibile fare per invertire o quantomeno contenere questa tendenza. Il primo è significativamente intitolato “riprendiamoci la città. La crisi della democrazia rappresentativa” e si sofferma sulla necessità di coinvolgimento delle collettività, individuando nuove forme di partecipazione che abbia come finalità una “rigenerazione dei beni comuni” presenti sul territorio e, in particolare dei beni comuni urbani: “è dalle reti territoriali dell’attivismo sociale e dei corpi intermedi” osserva Urbani “che emerge, soprattutto nelle periferie, un nuovo diritto alla e della città che mette in tensione il rapporto tra spazi pubblici e spazi privati”. Così, conclude l’Autore nell’ultimo capitolo, per l’urbanistica e per l’economia urbana non è più possibile dare un quadro esaustivo delle regole: si può solo segnalare il processo di trasformazione in atto che prevede non più semplici spettatori, ma attori pronti a scendere in campo.
In conclusione, un libro a cavallo tra diritto, economia e politica urbana che offre molti temi di riflessione.
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