Su un recente tragico episodio: il progetto Life Ursus

02 Mag 2023 | articoli, editoriale

di Stefano Nespor

Il tragico episodio dell’uccisione di un giovane escursionista aggredito da un’orsa alla fine di marzo in un bosco del Trentino ha occupato per molti giorni le prima pagine dei quotidiani e ha innescato, come già è accaduto in passato per episodi simili, un acceso dibattito sulle iniziative da intraprendere tra la Provincia di Trento, l’Istituto per la ricerca e la protezione ambientale (ISPRA) e associazioni di ambientalisti, coinvolgendo anche la giustizia amministrativa.

È rimasto sullo sfondo, spesso ignorato o travisato, il quadro normativo di riferimento.

L’Orso bruno (Ursus arctos) è una specie protetta dalla Legge quadro 11 febbraio 1992, n. 157, dalla Convenzione di Berna e dalla Direttiva comunitaria 92/43/CEE (Direttiva “Habitat”, recepita dall’Italia con DPR 8 settembre 1997 n. 357, modificato e integrato dal DPR 12 marzo 2003, n. 120.

La normativa prevede un divieto di abbattimento, cattura, disturbo (in particolare durante le fasi del ciclo riproduttivo e l’ibernazione), detenzione e commercio di esemplari di Orso bruno. La Direttiva Habitat e le relative norme nazionali di recepimento hanno, tra l’altro, imposto un obbligo, per le regioni e province autonome, di garantire il monitoraggio dello stato di conservazione delle specie sulla base di linee guida prodotte dal Ministero dell’Ambiente con l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) (DPR 357\1997, art. 7 commi 1 e 2). Deroghe ai divieti di cattura o abbattimento possono essere concesse per finalità di prevenzione di gravi danni, nell’interesse della sicurezza pubblica a condizione che non esistano soluzioni alternative previa un’autorizzazione del Ministero dell’Ambiente espressa sulla base di una valutazione tecnica dell’ISPRA.

Ora, la storia. Nel 1992 il Parco Adamello Brenta e la Provincia autonoma di Trento, usufruendo di un finanziamento dell’Unione europea, hanno avviato il progetto Life Ursus, finalizzato alla ricostituzione di una colonia di 40\50 orsi nelle Alpi centrali. È stato preceduto da uno studio di fattibilità socio-economica ed ecologica e da un sondaggio di opinione che ha coinvolto 1500 abitanti dell’area (più del 70% ha dichiarato di essere a favore del rilascio di orsi nell’area). ll Parco ha pianificato questi provvedimenti in apposite Linee guida (www.pnab.it/wp-content/uploads/2018/02/linee_guida.pdf) che, tra l’altro prevedevano la costituzione di una squadra d’emergenza “…nel caso in cui un orso diventi una potenziale fonte di pericolo per l’uomo, in grado di intervenire…nei casi estremi, con la ricattura o l’abbattimento. Le medesime contromisure possono essere intraprese anche quando un orso diventi fonte di tensione sociale a causa dell’eccessivo grado di danni arrecati”.

Nel 1999 il progetto è divenuto operativo: dieci orsi sono trasportati dalla Slovenia al Trentino e gli orsi hanno cominciato a ripopolare l’area, altamente frequentata, anche da turisti.

Il progetto si è concluso nel 2004. Erano presenti 49 orsi. IL numero massimo previsto dal progetto, tra l’altro per popolare il più vasto territorio delle Alpi centrali.

La gestione degli orsi è stata assunta a questo punto direttamente dalla provincia di Trento che dal 2007 predispone annualmente un rapporto “Grandi Carnivori” in merito alla situazione delle popolazioni di orso bruno, lupo e lince (tutti i rapporti si possono consultare in  https://grandicarnivori.provincia.tn.it/Rapporto-Orso-e-grandi-carnivori).

A questo punto, visto il successo del programma, nel 2010 il Ministero per l’ambiente e ISPRA hanno predisposto un Piano d’azione Interregionale “Per la conservazione dell’orso bruno nelle Alpi Centro-Orientali (Pacobace)” (www.isprambiente.gov.it/files/pubblicazioni/quaderni/conservazione-natura/files/Qua_CN__32_10_PACOBACE.pdf) dove sono specificatamente previste le procedure di controllo e monitoraggio, la formazione del personale da adibire al controllo, le strategie di comunicazione e di informazione per il pubblico. Sono previste anche in questo documento le procedure da seguire nei confronti degli orsi problematici: anche il Piano d’azione, come in precedenza le Linee guida, prevede l’abbattimento tra gli interventi da adottare nel caso di orso che crei problemi o sia pericoloso o “assuma atteggiamenti che possano comportare un concreto rischio per l’incolumità delle persone”, dopo aver valutato la praticabilità di soluzione alternative idonee.

In vent’anni gli orsi hanno ripopolato l’area dove sono stati introdotti, in misura maggiore di quanto inizialmente previsto: erano previsti 40\50 orsi, mentre sono attualmente un centinaio, tutti concentrati nella medesima zona. Si è trattato di un successo non previsto che avrebbe richiesto iniziative volte a trasferire una parte degli orsi verso altre località alpine (così come inizialmente previsto) in modo da ridurre le possibilità di incontri tra gli animali e gli escursionisti o gli abitanti.

Nello stesso tempo, è mancata la fondamentale attività di informazione agli abitanti e agli escursionisti in merito alla possibilità di incontri con orsi e al comportamento da mantenere per evitare incidenti.

Quanto alle misure da adottare a seguito dell’aggressione e la morte del giovane escursionista e al dibattito che ne è seguito, gli esperti ritengono che l’orso debba essere abbattuto in conformità con le linee guida e il piano d’azione.

In questo senso si è espresso Piero Genovesi, uno dei maggiori esperti mondiali di orsi e responsabile del Servizio per il coordinamento della fauna selvatica di Ispra (c’è una sua intervista su questa rivista nel numero del dicembre 2022): dopo aver ricordato che le aggressioni di orsi sono molto rare anche in paesi dove la popolazione di orsi è assai più numerosa che in Trentino, afferma che per orsi conclamatamente pericolosi deve essere preso in considerazione l’abbattimento (www.repubblica.it/green-and-blue/2023/04/07/news/orso_trentino_attacco_piero_genovesi_ispra-395298281/).

Nello stesso modo si è espresso Luigi Boitani, presidente della Large Carnivore Initiative for Europe: dopo aver chiarito che la convivenza con l’orso è possibile se l’uomo sa come comportarsi, ha concluso che “è giusto che sia abbattuto, perché potenzialmente pericoloso. La popolazione trentina è tale per cui la perdita di un orso maschio non la intacca” (www.repubblica.it/green-and-blue/2023/04/08/news/orso_trentino_attacco_luigi_boitani-395338056/).

Per concludere, voglio fare un accenno a una questione più ampia che coinvolge i programmi di preservazione della biodiversità a livello globale da un lato, di tutela delle persone e delle comunità che si trovano a dover convivere con animali pericolosi dall’altro. Il tema è stato affrontato dalla recente conferenza delle parti della Convenzione per la tutela della biodiversità, a conclusione della quale è stato approvato un accordo con l’obiettivo di fermare la perdita di biodiversità entro il 2030 (ne ho parlato in un precedente editoriale).

Il punto 4 dell’accordo è “garantire azioni di gestione urgenti per arrestare l’estinzione indotta dall’uomo delle specie minacciate conosciute e per il recupero e la conservazione delle specie […] e gestire efficacemente le interazioni tra l’uomo e la fauna selvatica per ridurre al minimo il conflitto tra uomo e fauna selvatica per garantire la coesistenza” partendo dal presupposto che «I conflitti con la fauna sono un problema di conservazione della biodiversità, ma anche una importantissima questione sociale e di sviluppo sostenibile”.

A questo proposito ha ricordato Laura Scilitani che oggi ci sono “Elefanti che distruggono preziosi raccolti, leopardi che si aggirano per le strade di Mumbai, tentacolare megalopoli affollata, leoni e lupi che predano il bestiame, attacchi a esseri umani di tigri, grizzly e squali, morsi velenosi di serpenti. Animali che minano la sicurezza delle persone e delle loro attività, spesso in luoghi nel mondo in cui la vita è già complicata dalle disuguaglianze economiche e da un clima incerto. Animali che causano problemi, certo, e che però sono a loro volta messi in grave pericolo di estinzione dalle azioni umane” (così Laura Scilitani, Coesistere con la fauna, ridurre i conflitti e preservare la biodiversità è possibile in www.scienzainrete.it/ 12 aprile 2023.).

In un mondo in cui vivono otto miliardi di esseri umani, è possibile trovare un modo per evitare o limitare i conflitti con la fauna selvatica e raggiungere situazioni di coesistenza?

Per dare una risposta è stato costituito nell’ambito dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN) un gruppo, Human Wildlife Conflicts and Coesistence (hwctf.org). Inizialmente pensato come una task force temporanea, si è poi trasformato in un gruppo specialistico permanente “con lo scopo di offrire competenze e conoscenze sul tema della risoluzione dei conflitti con la fauna con un approccio basato sullo scambio tra le differenti discipline coinvolte nella gestione del problema». Il gruppo poche settimane fa ha organizzato a Oxford la prima conferenza internazionale sui conflitti e la coesistenza tra animali selvatici e umani (hwcconference.org),  cui hanno partecipato più di cinquecento esperti provenienti da oltre settanta Paesi.

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Orso Nespor

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