Previsioni e precauzione

27 Lug 2021 | articoli, editoriale

di Stefano Nespor

“Niente previsioni, specie se riguardino il futuro” è un consiglio che alcuni attribuiscono al fisico Niels Bohr, altri a Mark Twain. È un consiglio disatteso da molti. Per esempio, nel 1912 Guglielmo Marconi affermò: “L’avvento dell’era del telegrafo senza fili renderà impossibili i conflitti bellici”. Più recentemente, innumerevoli sono coloro che hanno previsto l’esaurimento delle riserve del petrolio entro pochi decenni. Oggi, appare sempre più probabile che le riserve di petrolio esistenti rimarranno inutilizzate perché sostituite da altre fonti di energia.

Ci sono però due gruppi per i quali le previsioni sono un’attività costante: sono gli economisti e gli ambientalisti. Con una differenza: per i primi il futuro sarà migliore del presente. Per i secondi sarà peggiore.

Sbagliano tutti, secondo gli autori di un’opera che dovrebbe essere studiata e meditata da tutti coloro che formulano previsioni e da tutti coloro che ne subiscono le conseguenze, in qualsiasi campo, dalla finanza alla meteorologia, dalla gestione del personale all’ambiente. Si tratta di Noise. A Flaw in Human Judgment, un libro scritto a sei mani da Daniel Kahneman, premio Nobel per l’Economia nel 2002, Cass Sunstein professore di diritto costituzionale e diritto ambientale alla Harvard Law School, consigliere di Clinton e di Obama, e Olivier Sibony che insegna strategia economica a Parigi alla HEC.

Il libro riporta diecine di esperimenti che hanno dimostrato l’inaffidabilità di tutte le previsioni, per quanto esse siano basate su dati, conoscenze scientifiche, esperienza e professionalità: sono inaffidabili le previsioni dei consulenti finanziari nel suggerire investimenti, i giudizi dei medici nel formulare prognosi sull’evoluzione di una malattia, le valutazioni dei giudici sulla pericolosità degli imputati, le analisi degli esperti di assunzioni del personale nell’indicare il soggetto ideale da assumere. Noise dimostra che tutte queste previsioni sono in genere poco più precise di una scelta effettuata lanciando una moneta.

Naturalmente, non tutti gli errori producono i medesimi effetti.

Alcune valutazioni hanno un effetto limitato a una sola o poche persone, altri al bilancio di un’azienda: è noto il danno incalcolabile provocato alla Decca nel 1962 da un agente della casa discografica che scartò i Beatles, poiché, sulla base di indagini ritenute affidabili, in pochi anni i gruppi di chitarra sarebbero passati di moda.

Altre valutazioni possono avere effetti assai più ampi.

Si pensi ai costi incalcolabili provocati dall’invasione dell’Iraq da parte di Stati Uniti e Gran Bretagna nel 2003, basati sulla valutazione di politologi e economisti che l’eliminazione di un dittatore avrebbe favorito lo sviluppo della democrazia. O si pensi alle errate previsioni che escludono il verificarsi di una ripresa economica che possono provocare danni non solo alle aziende, ma a un intero paese per investimenti mancati e, viceversa, alle previsioni di un inesistente boom economico a breve termine che possono provocare disastri economici per gli investimenti pubblici e privati erroneamente effettuati.

E allora, dobbiamo continuare a credere nelle previsioni concernenti i disastrosi danni provocati dal cambiamento climatico in mancanza di rapidi interventi di contenimento delle emissioni di gas serra, formulate dagli scienziati e esperti di questi settori?

Noise indurrebbe a propendere per una soluzione negativa. E il fatto che gli scienziati siano tanti ha un’importanza relativa: il libro riferisce di molti studi che dimostrano la forte influenza sulle previsioni dell’”effetto gregge” in una comunità scientifica o di altri esperti. In definitiva anche queste previsioni, come tutte le altre, sono insidiate, in misura difficile da determinare, da difetti o errori dei processi valutativi.

Eppure, il rifiuto di adottare tutte le iniziative necessarie per contenere il cambiamento climatico sarebbe una soluzione sbagliata. Infatti nei casi di possibili emergenze ambientali, a differenza degli altri casi esaminati in quel libro, entra in scena un altro fattore, il principio di precauzione: un principio che ha trovato applicazione in passato in una vicenda nella quale le previsioni formulate dagli scienziati erano assai meno sostenute da prove di quanto non siano oggi il cambiamento climatico o la perdita della biodiversità.

Mi riferisco alla distruzione della fascia d’ozono che protegge l’atmosfera terrestre provocata dall’uso di prodotti chimici artificiali, i CFC. Allorché gli Stati hanno sottoscritto la Convenzione di Vienna nel 1985 che ha previsto una graduale eliminazione di questi prodotti non c’era nessuna prova che essi effettivamente provocassero la distruzione della fascia d’ozono e non c’era neppure la prova che vi fossero effettivamente dei danni alla fascia d’ozono. Solo pochi mesi dopo la firma del primo accordo è giunta una conferma: l’annuncio che c’era, sopra il Polo Sud, un enorme buco nello strato d’ozono. Era un importante elemento a sostegno dell’ipotesi, ma ancora, non una prova definitiva: avrebbe potuto trattarsi di un fenomeno temporaneo oppure limitato a un’area geologicamente e climaticamente assai diversa dal resto del mondo abitato; comunque, ne restavano sconosciute le cause. In quelle condizioni di incertezza, c’era un solo dato sicuro: il divieto della produzione delle sostanze ritenute responsabili della distruzione della fascia d’ozono avrebbe distrutto un importante e fiorente settore industriale con un giro d’affari di milioni di dollari che coinvolgeva diecine di migliaia di lavoratori in tutto il mondo.

La conferma dell’ipotesi iniziale è stata raggiunta solo dopo che è stato firmato ed è entrato in vigore il Protocollo di Montreal nel 1988 che ha stabilito la graduale cessazione della produzione dei CFC.

Tuttavia la comunità internazionale ha scelto di prevenire il pericolo, ancora incerto, di una catastrofe globale in un lontano futuro. Anche i produttori delle sostanze incriminate, dopo una lunga resistenza, si sono adeguati. La messa al bando dei CFC è considerata il maggior successo nella storia dell’ambientalismo moderno. Tutti si resero conto che, pur non essendoci prove certe sulla riduzione della fascia d’ozono, il solo fatto che non si potesse escludere l’eventualità che il mondo fosse avviato verso una catastrofe che si sarebbe verificata di lì a qualche decennio rendeva necessario agire tempestivamente.

Lo stesso è accaduto con il cambiamento climatico. Nel 1990, allorché è stato pubblicato il primo rapporto dell’IPCC ove sono formulate solo delle ipotesi su possibili effetti negativi dell’attività dell’uomo sul clima, per le Nazioni Unite sono comunque sufficienti a integrare quel principio di precauzione sulla base del quale è stato affrontato con successo, pochi anni prima, il problema della tutela della fascia di ozono. Si avvia così, nel dicembre del 1990, l’elaborazione di una convenzione sul cambiamento climatico che sarà approvata nel corso della Conferenza di Rio de Janeiro nel giugno 1992.

Oggi, il principio di precauzione, è una delle basi del diritto ambientale internazionale ed è inserito in oltre 60 trattati multilaterali. «Better safe than sorry» è lo slogan con il quale in genere si esemplifica il contenuto del principio: meglio assumere misure preventive che pentirsi dopo che il danno si è verificato.

In definitiva, l’avvertimento che emerge da Noise e, prima ancora, il consiglio di Niels Bohr (o di Mark Twain) sono importanti e spesso ignorati. Ma non bisogna pensare di estenderli a un’area dove devono prevalere altre valutazioni.

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Editoriale – Niente profezie

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