Nulla è per sempre.
Dovremmo essere abituati al cambiamento, connaturato all’evoluzione dei viventi, di cui modifica continuamente gli equilibri ecologici, come ci ha svelato Charles Darwin.
Siamo però affetti da bias cognitivi che generalmente ci fanno cogliere l’evoluzione e la sfida per la sopravvivenza dal lato del più forte, assumendo inconsciamente la prospettiva del vincitore, di chi prevarica o comunque si rivela più adatto a vivere in un mondo che cambia.
L’evoluzione però è anche la storia dell’estinzione e dei vinti, di quelle specie che non ce l’hanno fatta a fronteggiare nuovi scenari, specie quando il mutamento del contesto esterno è accelerato e multifattoriale, così da non consentire strategie comportamentali, o varianti genetiche, capaci di generare adattamento o resilienza.
Darwin aveva già colto la fallacia del nostro sguardo, scrivendo che “La nostra ignoranza, però, è così profonda, e così grande è la nostra presunzione che ci meravigliamo quando sentiamo parlare della estinzione di una specie e, non ravvisandone le cause, pensiamo a cataclismi distruttori del mondo e inventiamo leggi sulla durata delle forme viventi”; e ancora che “Non dobbiamo meravigliarci dell’estinzione; serbiamo la nostra meraviglia per la presunzione con cui immaginiamo di comprendere le molte e complesse circostanze da cui dipende l’esistenza di ogni specie”.
Ecco perché allora può essere utile soffermarsi sulla notizia dell’estinzione del chiurlottello, Numenius Tenuirostris, diffusa con vasto eco da testate di ogni genere, a fine novembre, forse per sperando di richiamare i lettori con il buffo nome di questo uccello migratore, limicolo, con le zampe lunghe, il corpo sinuoso e il collo slanciato e il becco lungo sottile.[i] E’ una storia, questa, che dice molto sulle sfide e sulle problematiche della conservazione.
La prima domanda da porsi è: quando si estingue una specie? Ebbene, gli scienziati[ii] hanno costruito un’equazione per stabilire l’anno di estinzione, basata su un modello baynesiano in cui E sta per evento estintivo, t è il il record completo degli avvistamenti, e P sta per le segnalazioni di avvistamento

Nel caso del chiurlottello, inserendo appunto i dati in questione, un team di ricercatori inglesi ha accertato che il piccolo migratore non era più stato rinvenuto in alcuno dei suoi areali di foraggiamento, riproduzione o svernamento da decenni, affermandone appunto l’estinzione globale a far data dal 1995, anche se già dal 1992 la probabilità di esistenza della specie era stata stimata pari allo 0,5 %.[iii]
Ulteriori osservazioni non hanno più prodotto alcun esito, per cui l’estinzione collima anche con gli standard dell’IUCN, nella cui Lista Rossa in cui la specie verrà declassificata da “in pericolo critico”, ovvero con probabilità di estinzione pari al 50 % in dieci anni o in tre generazioni, a “extinct”.
Tra l’altro è bene sapere che nel caso dell’avifauna questi calcoli sono particolarmente attendibili, perché gli uccelli sono tra le specie più osservate a livello globale, grazie al forte e diffuso interesse per la loro osservazione da parte dei birdwatchers.[iv]
Il secondo interrogativo a cui vorremmo rispondere riguarda la causa dell’estinzione.
Ebbene, trattandosi di un uccello migratore, che dall’Asia centrale, luogo di riproduzione, si spostava nel bacino del mediterraneo per svernare, prevalentemente nelle coste del Marocco, ma anche in Grecia, nella pianura pannonica e in Italia, è evidente che più cause hanno concorso al declino e alla scomparsa della specie. Gli studiosi hanno identificato (i) la perdita di habitat causata dal prosciugamento, per bonifica o per desertificazione, delle aree umide di foraggiamento e riproduzione, ma anche (ii) il deterioramento della qualità degli habitat di vita, esposti a inquinamento della risorsa idrica, nonché (iii) la diminuzione di cibo causata dall’agricoltura intensiva, caratterizzata da biocidi che decimano insetti ed altri organismi, acquatici e non, di cui i limicoli si cibano. Ancora, una delle cause più rilevanti di questo inarrestabile declino è stata riscontrata nel prelievo umano, (iv) caccia e bracconaggio, molto intensi in Marocco, nei quartieri invernali di Merga Zerga, ma anche in Italia, dove il chiurlottello svernava in Sicilia, Puglia, Lazio, Toscana, Emilia Romagna, nel Triveneto, prevalentemente in estuari fluviali o in zone umide costiere.
Questo ci dicono le località delle catture, di cui esiste un documentazione puntuale, che attesta anche una prassi di massicci prelievi anche per (v) scopi di tassidermia e raccolta, che ha alimentato anche le collezioni museali, ricche di esemplari prevalentemente abbattuti nella prima metà del secolo scorso. La facilità delle catture, rispetto ad altre specie dello stesso genere dei chiurli, può anche essere stata causata dalla (vi) minore elusività del chiurlottello, un po’ “boccalone” diremmo noi, e quindi facile preda anche per gli umani, rispetto ai consimili, ed anche (vii) dalla confondibilità con specie cacciabili. Infine tutti questi fattori, verificatisi lungo tutti i luoghi di vita e in tutte le tappe della migrazione (nella c.d. flyway) hanno portato alla (viii) modifica del comportamento sociale della specie, alla rarefazione della possibilità di incontro con conspecifici, e dunque azzerato le possibilità riproduttive.[v]
In ogni caso ciò che va registrato è da un lato che si tratta di cause esclusivamente antropiche, dall’altro che la scomparsa del chiurlottello costituisce il primo caso di estinzione di un uccello europeo dal 1844, quando fu uccisa l’ultima Alca Impenne (Pinguinus impennis), e ciò a mettere in luce l’evidente inefficacia delle politiche di conservazione del vanaglorioso mondo occidentale.
Ci si domanda allora quali strategie e soluzioni normative siano state previste per la conservazione della specie, quando se ne è percepito il declino, appunto per comprendere meglio le ragioni del relativo insuccesso. Il chiurlottello è stata infatti una delle prime specie oggetto di tutela: è annoverato tra le specie particolarmente protette dell’Allegato I della Direttiva 2009/147/CE concernente la conservazione degli uccelli selvatici, come pure negli Allegati I e II della Convenzione di Berna; è compreso tra le specie protette della Convention of Migratory Species of wild animals, c.d. CMS, che tra l’altro ha prodotto, nel 1994, un Memorandum of Understanding specificamente volto all’intensificazione degli sforzi di conservazione del chiurlottello, quando la comunità internazionale ha preso atto del crollo delle relative popolazioni, dando vita ad un Piano d’azione internazionale per la specie (1996).
Gli stati parti della convenzione dovevano darvi esecuzione, e così in Italia il Ministero dell’Ambiente, per il tramite dell’INFS, ha approntato nel 2001, forse un po’ tardivamente, un Piano d’azione nazionale per il chiurlottello.[vi]
Il documento, di natura tecnico scientifica, traccia però in modo rigoroso e puntuale una serie di azioni ritenute indispensabili per cercare di evitare l’estinzione della specie, a partire dai censimenti e monitoraggi continui, sino alla previsione dell’introduzione di un divieto di caccia di specie simili, tra cui il combattente; propone l’ampliamento delle aree protette per ricomprendervi i siti di svernamento, auspica l’accorpamento di più aree protette in una unica realtà estesa anche ai corridoi ecologici, indica la necessità di designare quali siti Ramsar le aree umide italiane importanti per il chiurlottello, come pure evidenzia l’importanza di istituire zone di protezione esterna o buffer rispetto ai siti protetti, di introdurre misure di protezione dei fruticeti alofili e degli habitat di steppe salate non riconosciute come habitat comunitari, ma fondamentali per l’alimentazione del limicolo, infine di dotare di maggior chiarezza normativa la declinazione della protezione della specie.
Ancora, vi è ben delineata l’esigenza di dare attuazione ai piani di gestione delle aree protette cruciali per la specie, tra cui la Laguna di Orbetello, le saline di Margherita di Savoia in Puglia e i siti di svernamento del Parco del Gargano, oltre che di dar vita a un’intensa azione di controllo antibracconaggio in questi areali, dove la caccia arriva fino al limitare delle zone protette, con conseguente effetti di azzeramento delle finalità di prevenzione del prelievo e del disturbo degli istituti di protezione.
Da ultimo viene il Piano d’Azione rappresenta la rilevanza della capacità di far ricorso a finanziamenti mirati europei per la gestione sostenibile delle aree interessate, e di costruire una serie di campagne di informazione e sensibilizzazione rivolte agli attori più importanti della partita, amministrazioni pubbliche, enti gestori delle aree protette, organizzazioni non governative, ma anche agricoltori e associazioni venatorie.
Va detto che gli stessi estensori del piano, nelle premesse, evidenziavano già se non una vena di scetticismo, sicuramente alcuni dubbi sulla possibilità che lo strumento del Piano d’azione, privo di una effettiva copertura normativa cogente, potesse produrre gli effetti auspicati; dubbi che si sono rilevati fondati.
La trappola evolutiva e la restoration law. Il fallimento degli obiettivi di conservazione, a cui assistiamo anche in questo caso, va tutt’uno con la nicchia ecologica della specie umana. Gli scienziati hanno posto in evidenza come vi sia un rapporto bidirezionale tra viventi e ambiente, tale per cui questo non è più solo lo spazio geografico esterno agli individui che incide, quale fattore esterno di pressione, sulla loro sopravvivenza, ma una dimensione che è anche il prodotto degli organismi che vi abitano, l’oggetto delle loro azioni. L’ambiente viene modificato continuamente delle specie che interagiscono con esso, secondo uno schema detto di “coevoluzione”, in cui la nicchia ecologica di ogni specie è oggetto di costruzione e trasformazione ad opera della specie che vuole renderla a sé più favorevole.[vii]
Il processo di costruzione dell’ambiente, o di costruzione della nicchia ha dunque un ruolo rilevantissimo per l’evoluzione, perché le specie, modificando gli ecosistemi producono un cambiamento delle pressioni e degli impatti che poi si ripercuotono a loro volta sulla possibilità di sopravvivenza delle specie stesse. Dal brucamento all’inquinamento, cambia l’animale, ma il senso del contributo alla perdita, da parte dell’ambiente, della sua capacità di supporto della specie è il medesimo ed è evidente.
L’uomo, in particolare, è la specie che tra tutte ha prodotto il massimo cambiamento nel mondo naturale, persino misurato dagli studiosi del Weizmann Institute che hanno accertato[viii] come, al 2020, abbiamo prodotto antropomassa, cioè prodotti umani, per 1100 gigatonnellate, contro una biomassa residua di sole 800, ed una quantità di specie selvatiche ridotta a 4Gt, quando i nostri rifiuti cubano e occupano il doppio.
Questo processo di costruzione della nicchia ecologica così accelerato e spinto, da parte di una specie che evidentemente ha grandi capacità, è però minato dal fatto che si tratta di un processo cieco, le cui conseguenze, per effetto della portata dei cambiamenti indotti (basti pensare alle emissioni di gas serra o all’inquinamento) sfuggono al nostro controllo e possono far divenire la nicchia ecologica ostile alla specie umana, senza consentire alcun adattamento.
La trappola evolutiva, così l’hanno chiamata studiosi di neuroscienze, scienze umane, e filosofi,[ix] è l’effetto perverso dell’approccio cognitivo semplicistico che ci portiamo dietro, come retaggio di una logica adattativa ancestrale fondata sul confronto con l’emergenza e il pericolo, sincronica e formata a percepire solo i cambiamenti istantanei e locali, nella prospettiva del qui ed ora, che non ci consente di apprezzare i cambiamenti nel medio e lungo periodo o le variazioni che si manifestano lontano dalla nostra confort zone.
Cecità temporale, miopia spaziale, dislocazione, inconsapevolezza, negazionismo esistenziale sono i bias che minano alla radice la possibilità e volontà di approntare risposte efficaci e adeguate di adattamento, accelerando il rischio di estinzione anche del sapiens.[x]
Si comprende bene, allora, come la convinzione del legislatore di poter affrontare questo scenario con gli strumenti di soft law, Linee guida, Atti di indirizzo, Piani di azione, ovvero con la logica del nudging si rivela fallimentari, perché si tratta di format che vorrebbero promuovere logiche del tutto controintuitive.
Il salto di qualità non può allora che essere il ritorno ai meccanismi di command and control, ad uno strumento normativo con un ruolo di novello Leviatano che imponga la costituzione di una rete di aree protette di superficie sufficiente a poter custodire propriamente la biodiversità relitta e di aree gestite secondo criteri di sostenibilità, fungendo da zone di transizione; che ordini imperativamente monitoraggi e criteri di rendicontazione, con meccanismi di verifica ed enforcement cogenti e fondati su scienza e precauzione: come si propone dichiaratamente il Regolamento UE 2024/1991 sul ripristino della natura, determinato ad invertire il trend dell’estinzione secondo nuovi pattern regolatori.[xi]
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NOTE:
[i] Più efficace il nome inglese, Slender-billed curlew, appunto chiurlo dal becco sottile.
[ii] Il modello è stato formulato da Solow e Beet (2014), ed affinato da Carlson e altri (2018) e da Bond e altri (2019).
[iii] Buchanan, Chapple, Berryman, Crockford, Janse, Bond, Global extinction of Slender-billed Curlew (Numenius tenuirostris), IBIS, International Journal of science, 2024.
[iv] Basti pensare che a novembre una folla silenziosa si è radunata nello Yorkshire, vicino ad Halifax, per ammirare una Piranga Olivacea nota come tanagra rossa, con appassionati che hanno percorso più di 300 Km per raggiungere il luogo dell’avvistamento https://bbc.com/news/articles/cg571eygj97o, mentre più vicino a noi, a Milano nel parco Cassinis i birdwatcher del GOL, gruppo ornitologico lombardo, hanno osservato un Saltimpalo dell’Amur, Saxicola stejnegeri, proveniente dalla Siberia orientale, proprio come il chiurlottello https://www.facebook.com/share/p/14VhGxgofr/?mibextid=wwXIfr
[v] Gretton, 1991.
[vi] Zenatello, Baccetti (a cura di), Piano d’azione nazionale per il chiurlottello, in Quaderni di Conservazione della Natura n.7, 2001.
[vii] Lewontin, 1983; Odling-Smee, Feldman, 1986; Casetta, 2023.
[viii] Elacham, Ben Uri, Grozovski, Bar-On e Milo, 2020.
[ix] Persson, Savulesco, 2019, Haraway 2019; per una rassegna, Severini 2024.
[x] Lo Sapio, 2022; Vidali, 2024.
[xi] In 5 anni le specie di uccelli minacciate a livello globale sono triplicate, passando da 24 a 74. Birds in Europe 4, 2024. Per dati suddivisi per bioregioni, Living Planet Index 2024.