Conclusa a Riyadh la COP16 sulla desertificazione: un bilancio non del tutto soddisfacente (mentre già si guarda alla COP17 in Mongolia)

01 Gen 2025 | articoli, contributi, in evidenza 2

La COP16 della Convenzione delle Nazioni Unite sulla Lotta alla Desertificazione (UNCCD) si è appena conclusa a Riyadh, in Arabia Saudita, dopo due settimane di negoziati estenuanti. Questo incontro, che ha seguito la COP16 sulla biodiversità a Cali, in Colombia, e la COP29 sul clima a Baku, in Azerbaijan, ha avuto un’importanza cruciale nel contesto globale della sostenibilità. Sebbene la desertificazione e la siccità siano spesso considerate problematiche meno visibili rispetto ad altri temi ambientali, la conferenza ha evidenziato la crescente urgenza di affrontare il degrado del suolo e i suoi effetti devastanti sulle popolazioni vulnerabili, in particolare le comunità indigene. La discussione ha abbracciato temi centrali, come la gestione sostenibile delle terre, l’agroecologia, le tempeste di sabbia e polvere, la resilienza alle migrazioni climatiche, e la protezione dei diritti delle popolazioni più esposte.

L’UNCCD, pur essendo meno conosciuta rispetto alla Convenzione sui cambiamenti climatici (UNFCCC) e alla Convenzione sulla biodiversità (CBD), ha avuto un impatto significativo fin dalla sua istituzione nel 1996. La UNCCD rappresenta la Convenzione delle Nazioni Unite con la più vasta adesione: essa conta, infatti, 196 paesi firmatari oltre la UE, che rappresenta una delle 197 Parti. Si tratta dell’unico accordo internazionale giuridicamente vincolante che mette in stretta relazione le dinamiche ecologiche e quelle dello sviluppo sociale, economico e culturale. La Conferenza delle Parti ne è l’organo supremo, responsabile delle decisioni necessarie a promuoverne una attuazione efficace.

Sebbene il cambiamento climatico e la biodiversità dominino la scena internazionale, il degrado del suolo e la siccità sono fenomeni che colpiscono milioni di persone, in particolare nelle aree più vulnerabili, come il Sahel e il Medio Oriente. La siccità, che già affligge quasi 2 miliardi di persone ogni anno, è un fenomeno in crescita, legato ai cambiamenti climatici e alla gestione insostenibile delle terre. Entro il 2050, si prevede che tre persone su quattro saranno colpite dalla siccità. Nel corso degli anni, l’UNCCD ha sensibilizzato l’opinione pubblica mondiale su questi problemi, avviando sforzi pionieristici per raggiungere la neutralità del degrado del suolo (“Land Degradation Neutrality”, o LDN) e creando quadri politici su siccità, genere, proprietà terriera, tempeste di sabbia e polvere e migrazione legate alla desertificazione e al degrado del suolo. Nonostante questi sforzi, il pianeta continua a perdere 100 milioni di ettari di terra produttiva ogni anno. Questa perdita è aggravata dal cambiamento climatico, dai conflitti e dalla competizione per le risorse, mentre gli eventi siccitosi stanno diventando sempre più frequenti e prolungati.

Questi dati rendono urgente e imprescindibile il raggiungimento dell’obiettivo di neutralità del degrado del suolo entro il 2030, che impegna i paesi a ridurre il degrado e ripristinare i terreni danneggiati. Durante la COP16, i partecipanti hanno discusso le modalità per misurare i progressi verso tale obiettivo, inclusa la definizione di un indice unico per monitorare il degrado del suolo.

Un tema centrale della conferenza è stato lo sviluppo di sistemi agricoli resilienti e sostenibili, con un focus sull’agroecologia, che è in grado di migliorare la fertilità del suolo, sequestrare carbonio e aumentare la biodiversità, contribuendo così a una maggiore sicurezza alimentare. La COP16 ha sottolineato l’importanza di far convergere gli impegni presi dalle diverse COP, creando sinergie tra le politiche per il clima, la biodiversità e la desertificazione, evitando che la COP sulla desertificazione rimanga marginale rispetto agli altri temi globali.

La conferenza di Riyadh ha anche avuto una significativa valenza geopolitica. Trovandosi in una delle regioni più colpite dalla desertificazione, l’Arabia Saudita ha avuto l’opportunità di assumere un ruolo di leadership in un evento internazionale di grande portata. Il segretario esecutivo dell’UNCCD, Ibrahim Thiaw, ha sottolineato come questo incontro avrebbe dovuto rappresentare un punto di svolta, una trasformazione nell’agenda globale sulla gestione del suolo e sulla resilienza nei confronti della siccità.

Il dibattito più acceso ha riguardato proprio l’adozione di un Protocollo Globale per la resilienza (o per la resistenza? La discussione sulla scelta dei termini è stata molto vivace!) alla siccità.

Nonostante le difficoltà nel raggiungere un accordo, i negoziatori hanno concordato sulla creazione di un Gruppo di Lavoro Intergovernativo ad hoc per sviluppare un quadro giuridico o politico volto a gestire in modo proattivo la siccità, passando da una risposta reattiva ad una preventiva. Tale approccio potrebbe concretizzarsi in un Protocollo giuridicamente vincolante, oppure in un Quadro Politico Strategico. Se, da un lato, c’è stato un generale consenso sull’urgenza di un’azione coordinata, dall’altro persistono disaccordi sul tipo di strumento giuridico da adottare. L’Africa ha sostenuto con forza l’adozione di un Protocollo vincolante per garantire risorse destinate ai paesi più colpiti, supportata in questo da molti paesi in via di sviluppo, quali India e Brasile, oltre all’Unione Europea, ma gli Stati Uniti e il Giappone si sono nettamente opposti all’assunzione di impegni giuridicamente vincolanti, mentre la Cina ha assunto un atteggiamento definito da molti come “ambiguo”. L’adozione di un Protocollo, pertanto, resta ancora molto incerta e, in assenza di un consenso (tale decisione dovrà essere presa all’unanimità da tutte le 197 Parti), verrà rimandata alla prossima COP17, che si svolgerà in Mongolia nel 2026.

La questione della desertificazione e della siccità ha acquisito una rinnovata centralità, non solo per le regioni tradizionalmente più vulnerabili come l’Africa, ma anche per paesi come la Cina, il Brasile e l’Unione Europea, che stanno affrontando sfide simili. Il cambiamento delle condizioni climatiche ha, infatti, ampliato l’area dei territori a rischio desertificazione, rendendo la gestione del suolo un tema globale imprescindibile. Se è certo che un Protocollo per la resilienza alla siccità potrebbe apportare nuove risorse per le regioni più vulnerabili, Africa in testa, l’adozione di un Quadro globale potrebbe altresì accelerare la transizione verso una gestione sostenibile delle terre, promuovendo politiche integrate che coinvolgano tanto le risorse pubbliche quanto quelle private.

In definitiva, la COP16 di Riyadh ha messo in evidenza la necessità di agire in modo urgente e coordinato per affrontare la desertificazione e la siccità. Sebbene le soluzioni proposte siano ancora in fase di definizione, il passo più importante fatto alla conferenza è stato quello di riconoscere l’interconnessione tra il degrado del suolo e la sicurezza alimentare, la gestione del clima e la resilienza alle crisi. Con l’aumento della desertificazione globale e l’incertezza climatica, l’UNCCD potrebbe finalmente avere l’opportunità di acquisire il ruolo centrale che merita, trasformando le discussioni di Riyadh in azioni concrete per il futuro del pianeta.

Per approfondimenti:

Land Degradation Neutrality. Il degrado del suolo, causato dalle azioni umane, porta alla perdita di produttività, di biodiversità e in definitiva della salute del suolo. Le attività agricole stanno causando l’erosione del suolo a velocità 100 volte superiori alla sua possibilità di rigenerazione naturale. Con il 70% di terreni liberi dai ghiacci già alterati, il degrado del suolo colpisce oltre 3,2 miliardi di persone e, entro il 2050, il 90% del territorio ne sarà interessato. Ciò sconvolge gli ecosistemi, altera il regime delle precipitazioni, peggiora le condizioni meteorologiche estreme e alimenta l’instabilità sociale e politica. L’obiettivo della “Land Degradation Neutrality” (LDN) dell’UNCCD mira a fermare e invertire questa tendenza attraverso una gestione sostenibile del territorio, il ripristino e la prevenzione di ulteriore degrado, garantendo la sicurezza alimentare e migliorando la resilienza ai cambiamenti climatici (secondo il principio “avoid, reduce, and restore”).

Il Global Environment Facility (GEF) è un insieme (o “famiglia”) multilaterale di fondi dedicati ad affrontare la perdita di biodiversità, il cambiamento climatico e l’inquinamento, e a sostenere la salute della terra e degli oceani. Il suo finanziamento consente ai paesi in via di sviluppo di affrontare sfide complesse e di lavorare verso obiettivi ambientali internazionali. La partnership include 186 governi membri, nonché la società civile, i popoli indigeni, le donne e i giovani, con un focus su integrazione e inclusività. Negli ultimi tre decenni, il GEF ha fornito più di 25 miliardi di dollari in finanziamenti e mobilitato 145 miliardi di dollari per progetti prioritari guidati dai paesi. La famiglia dei fondi GEF include il Global Environment Facility Trust Fund, il Global Biodiversity Framework Fund (GBFF), il Least Developed Countries Fund (LDCF), lo Special Climate Change Fund (SCCF), il Nagoya Protocol Implementation Fund (NPIF) e il Capacity-Building Initiative for Transparency Trust Fund (CBIT).

Il Meccanismo globale (GM) è stato istituito nel 1994 ai sensi dell’articolo 21 della Convenzione per facilitare la mobilitazione di risorse finanziarie per attuare la Convenzione e affrontare la desertificazione, il degrado del suolo e la siccità.

Rappresentando il “braccio operativo” della Convenzione, il GM fornisce servizi di consulenza. Collabora con i paesi in via di sviluppo, il settore privato e i donatori per mobilitare risorse sostanziali all’interno e all’esterno di un paese, al fine di attuare la Convenzione a livello nazionale.

Il GM fornisce consulenza ai paesi che richiedono indicazioni su come attuare la Convenzione. Ciò include consigli su come:

  • stabilire obiettivi nazionali di neutralità del degrado del suolo
  • sviluppare e ampliare grandi progetti che trasformano vite e mezzi di sussistenza
  • sviluppare piani nazionali per la siccità.

Ad oggi, 129 paesi si sono impegnati a stabilire obiettivi volontari per la fase di neutralità dei processi di degradazione del suolo (Land Degradation Neutrality o LDN) e misure pertinenti per raggiungere la LDN entro il 2030 quale mezzo per proteggere e ripristinare il territorio, migliorare la sicurezza alimentare, proteggere la biodiversità e mitigare gli effetti del cambiamento climatico.

Il GM lavora direttamente con i paesi per la definizione degli obiettivi LDN, i progetti e i programmi trasformativi LDN e la Drought Initiative.

Nel 2015, il GM ha supportato la creazione del LDN Fund, un’iniziativa guidata dal settore privato per raccogliere fondi per l’agricoltura sostenibile, la gestione sostenibile degli allevamenti, l’agroforestazione e i progetti forestali sostenibili.

Il GM lavora anche con i paesi della regione del Sahel per impegnare oltre 16 miliardi di USD per la Grande Muraglia Verde (https://www.unccd.int/our-work/ggwi).

Pubblicati i due rapporti dello SPI della UNCCD. Durante la COP16 sono stati, inoltre, resi noti i due rapporti del Comitato Interfaccia Scienza-Politica della UNCCD (il cosiddetto “SPI”), che ho potuto visionare in anteprima, essendo stato componente del comitato di revisione esterna.

Il primo rapporto (“The Global Threat of Drying Lands: Regional and global aridity trends and future projections”) ha rivelato tendenze allarmanti nell’aridità globale, evidenziando che oltre il 77% delle terre emerse della Terra è diventato più secco negli ultimi tre decenni. Le zone aride si sono espanse di 4,3 milioni di chilometri quadrati, coprendo quasi il 41% delle terre emerse del pianeta. Questa tendenza, guidata in gran parte dal cambiamento climatico indotto dall’uomo, ha causato cambiamenti significativi negli ecosistemi, con molte regioni precedentemente umide che ora stanno passando a zone aride. Queste trasformazioni minacciano l’agricoltura, la biodiversità e la popolazione umana, in particolare in aree vulnerabili come l’Europa meridionale, l’Africa e parti dell’Asia. Il rapporto avverte che, se le emissioni di gas serra continueranno ad aumentare, le aree più umide potrebbero diventare zone aride entro la fine del secolo. Regioni come il Midwest degli Stati Uniti, il nord del Sud America e l’Africa meridionale stanno già assistendo a una crescente aridità. Ciò ha conseguenze disastrose per la sicurezza alimentare, le risorse idriche e i mezzi di sussistenza, in particolare in paesi come il Sud Sudan e la Tanzania, dove la terra sta rapidamente passando a condizioni più secche. Il passaggio a climi aridi sta anche alimentando migrazioni forzate, poiché le persone fuggono dalla scarsità d’acqua e dal collasso agricolo. Oltre a questi impatti ambientali, l’aridità è legata a perdite economiche, rischi per la salute e instabilità sociale. Contribuisce al degrado del territorio, agli incendi boschivi e alle sempre più frequenti tempeste di sabbia, in particolare in Medio Oriente. Il rapporto sottolinea la necessità di azioni urgenti, tra cui il miglioramento delle pratiche di utilizzo del territorio, l’investimento in tecnologie di efficienza idrica e la creazione di resilienza nelle comunità vulnerabili. Chiede inoltre una più forte cooperazione internazionale e l’integrazione degli indicatori  di aridità nei sistemi di monitoraggio della siccità.

Il secondo rapporto dello SPI (“Sustainable land use systems – the path forward to collectively achieve Land Degradation Neutrality”) mette in luce il ruolo fondamentale del territorio nel garantire il benessere umano e la salute dell’ecosistema, con impatti su clima, biodiversità, sicurezza alimentare e idrica. Tuttavia – prosegue il documento – il degrado del territorio, in particolare nelle zone aride, pone sfide significative, tra cui insicurezza alimentare e idrica, migrazione e conflitti sociali. La complessità del degrado del territorio deriva, quindi, dall’interazione di fattori sociali, economici e ambientali, che richiedono un approccio sistemico per affrontare problemi tipicamente interconnessi e per consentire la gestione sostenibile delle risorse a vantaggio sia degli ecosistemi che delle società umane. Questo approccio è fondamentale per raggiungere “sistemi di uso sostenibile del territorio” (i c.d. “sustainable land use systems” o SLUS), che mirano a bilanciare obiettivi ambientali, economici e sociali. Gli SLUS si concentrano sull’integrazione degli usi del territorio a livello paesaggistico, considerando l’intero sistema socio-ecologico e promuovendo una governance partecipativa. Questi sistemi aiutano a raggiungere simultaneamente giustizia sociale, fattibilità economica e sostenibilità ambientale, conducendo ad una gestione del territorio più resiliente ed equa. Per implementare efficacemente gli SLUS, è necessaria una comprensione complessiva del contesto biofisico e socio-economico del territorio. I portatori di interesse devono collaborare per valutare lo stato dei sistemi territoriali, identificare opzioni trasformative e sviluppare piani di gestione adattiva che tengano conto delle conoscenze locali e degli obiettivi globali. L’approccio SLUS supporta la neutralità del degrado del suolo (LDN) e il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG) incoraggiando il pensiero sistemico, la resilienza e l’innovazione. Promuove, inoltre, partnership multi-stakeholder e migliora la coerenza delle politiche tra i settori. I decisori politici possono supportare l’uso sostenibile del territorio integrando questo approccio nelle pratiche di gestione del territorio, assicurando che la pianificazione dell’uso del territorio tenga conto del potenziale ambientale e di tutti i fattori socioeconomici e promuovendo investimenti a lungo termine in pratiche sostenibili. In questo modo, lo SLUS può aiutare a mitigare il degrado del territorio, invertirne gli effetti e contribuire alla sostenibilità e al benessere a lungo termine.

SCARICA L’ARTICOLO IN PDF

NOTE:

[i]L’autore è Professore ordinario di Patologia vegetale presso l’Università di Sassari, Direttore del Nucleo di Ricerca sulla Desertificazione (NRD; https://www.uniss.it/it/nrd) e rappresentante del network DesertNet International (https://www.desertnet-international.org/) in seno al Comité Scientifique Français de la Désertification (CSFD ; https://www.csf-desertification.org/). La lista delle pubblicazioni dell’autore è disponibile sul sito: https://www.semanticscholar.org/author/Q.-Migheli/4170509.

Scritto da