La storia di Timmy, la megattera arenatasi all’inizio di marzo sulle coste del mar Baltico e incapace di ritornare verso l’Oceano Atlantico è stata seguita con grande partecipazione dalla stampa e dall’opinione pubblica internazionale.
All’inizio di aprile le autorità tedesche hanno rinunciato ai tentativi di salvarla con una decisione condivisa da esperti e esponenti di organizzazioni ambientaliste.
Tutto sembrava finito. Ma la decisione ha scatenato proteste e manifestazioni per ottenere che fosse fatto tutto il possibile per salvare a balena. A questo punto due imprenditori si sono offerti di finanziare un’operazione di salvataggio, costata oltre un milione di euro, consistente nel trasportare la balena fino al Mare del Nord.
Poche settimane dopo, però, la balena è stata ritrovata priva di vita vicino alle coste della Danimarca.
Sul sito che ha seguito ora per ora tutta la vicenda (Timmy — Live Whale Rescue | Baltic Sea 2026) sta scritto justice for Timmy.
Molti scienziati avevano predetto che difficilmente il salvataggio avrebbe avuto esito positivo: la Commissione baleniera internazionale aveva giudicato Timmy ormai gravemente compromesso; il direttore di un Museo oceanografico tedesco aveva definitoil tentativo una “crudeltà verso gli animali per soddisfare l’opinione pubblica”. Dello stesso parere era stato anche Il biologo marino Thilo Maack di Greenpeace: Timmy non può essere salvata, aveva detto, aggiungendo “che cosa c’è di così terribile in questo? Gli animali vivono, gli animali muoiono”.
Altri avevano osservato che con la somma spesa per tentare di salvare Timmy si sarebbero potuto finanziare molti progetti di tutela delle balene o di altri animali in pericolo.
Altri ancora avevano sollevato perplessità da punto di vista etico ricordando che con quella somma avrebbero potuto essere aiutate migliaia di persone che soffrono la fame o la sete nel mondo.
La risposta più frequente a queste osservazioni era stata che per Timmy si doveva fare tutto quello che si sarebbe fatto per un essere umano in quelle condizioni.
La vicenda merita un approfondimento giuridico, economico ed etico impossibile nel ristretto spazio di un editoriale.
Mi ha però ricordato un sondaggio svolto molti anni fa negli Stati Uniti per stabilire quanto valgono le baene: non della singola balena come Timmy, ma delle balene come specie. La domanda era: quanto ciascuno degli intervistati sarebbe stato disposto a pagare per salvare le balene? Delle balene artificiali che riproducessero fedelmente l’originale non sarebbero state ugualmente appaganti? (naturalmente analoghi sondaggi si sarebbero potuti proporre per orsi, pinguini, api o anche tulipani).
L’origine del sondaggio era stata un’iniziativa del Comune di Los Angeles che nel 1973 installò in una piazza un centinaio di alberi di plastica, spiegando che il mantenimento di alberi veri sarebbe costato troppo, mentre in questo modo si riutilizzavano rifiuti di plastica.
A sostegno di questa iniziativa, il matematico e urbanista Martin Krieger scrisse che “un ambiente artificiale può essere bello come un ambiente naturale se gli assomiglia”. Quindi se gli alberi artificiali sono esteticamente validi e offrono vantaggi economici, perché non dovrebbero essere usati al posto degli alberi naturali (“What’s Wrong with Plastic Trees?”, Science 179, 1973). Un inciso: l’idea ha avuto un recente revival con l’aggiunta di ulteriori benefici offerti dagli alberi di plastica: si è diffusa la notizia che erano in corso di progettazione alberi con foglie di plastica riciclata, in grado di assorbire una quantità assai superiore di anidride carbonica rispetto agli alberi veri (su questa notizia si veda Kalana Krishanta in Climatefactcheck, https://climatefactchecks.org/fact-check-the-truth-behind-the-mechanical-tree-at-asu-hype-history-and-the-real-science/).
Per una curiosa coincidenza pochi mesi prima dell’articolo di Krieger apparve un testo di Christopher Stone, uno dei fondatori del diritto ambientale negli Stati Uniti, che sosteneva il riconoscimento di diritti proprio agli alberi, oltre che alle balene e ad altre manifestazioni della natura (Should Trees Have Standing? Toward Legal Rights For Natural Objects in Southern California Law Review 1972, pagg.450-501. Nel 2010 il testo è stato ripubblicato con un aggiornamento e nuove note di Stone: Should Trees Have Standing? Law, Morality, and the Environment. Oxford: Oxford University Press, 2010: ne consiglio la lettura).
Lo scritto di Stone è stato il punto di partenza per il movimento che ha condotto al riconoscimento della personalità giuridica a fiumi e montagne. Anche per le balene e in generale i cetacei si è tentato attraverso diverse via di riconoscerli come soggetti di diritto. Negli Stati Uniti non è andata bene: nel caso Cetacean Community v. Bush, la “Cetacean Community” la Corte d’Appello del Nono Circuito concluse che i cetacei non hanno standing (legittimazione ad agire). Insomma, spetta al legislatore riconoscere diritti alla minoranza marina (https://www.studicata.com/case-briefs/case/cetacean-community-v-bush).
Nel Pacifico è andata meglio: il 28 marzo 2024, i leader indigeni di Aotearoa (Nuova Zelanda), Isole Cook, Tahiti, Tonga, Hawaii e Rapa Nui (Isola di Pasqua) hanno firmato il trattato He Whakaputanga Moana (Dichiarazione per l’Oceano), che riconosce le balene come persone giuridiche con diritti inalienabili, inclusi il diritto alla libertà di movimento, a un ambiente sano e la capacità di prosperare accanto all’umanità (https://ecojurisprudence.org/initiatives/he-whakaputanga-moana-declaration-for-the-ocean-treaty/).
Torniamo allo scritto di Krieger che provocò risposte indignate da parte di due importanti esponenti del diritto e della politica dell’ambiente. La prima è di Larry Tribe, un noto costituzionalista che, riprendendo molte delle considerazioni di Stone, critica “la trappola” di considerare l’ambiente solo in funzione delle esigenze e delle preferenze degli uomini (Ways Not to Think About Plastic Trees in The Yale Law Journal Vol. 83, giugno 1974). La seconda è di Mark Sagoff, autore di molti scritti di etica dell’ambiente. Nel suo scritto (On Preserving the Natural Environment in The Yale Law Journal vol. 84 dicembre 1974) Sagoff osserva che gli economisti hanno perso il senso dell’esistenza di valori non quantificabili: “le cose che valgono di più sono spesso prive di valore”.
Ripensando a questa vicenda di oltre cinquant’anni fa, e ai timidi passi avanti fatti, mi sono chiesto se non abbia avuto un senso il tentativo di salvare Timmy.
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