Il mito dello Sviluppo

01 Lug 2022 | articoli, contributi

Di Stefano Nespor

“Le questioni ambientali … non hanno ancora ricevuto un’adeguata rilevanza nelle deliberazioni delle Nazioni Unite, mentre i problemi divengono sempre più gravi.. c’è quindi un indiscutibile bisogno di creare le basi per una valutazione dei problemi dell’ambiente umano nell’ambito delle Nazioni Unite”[1].

Nel dicembre del 1968 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adotta la risoluzione n. 2398(XXIII) con la quale convoca per il 1972 una conferenza “on the relationships between environmental, social and economic issues”, da tenersi a Stoccolma.

Cinquant’anni fa

Tra il 5 e il 16 giugno del 1972 si è svolta a Stoccolma la Conferenza sull’ambiente umano (United Nations Conference on the Human Environment, nota anche con l’acronimo UNCHE). Erano presenti 113 Stati, la quasi totalità dei 132 stati allora membri delle Nazioni Unite; non avevano partecipato l’Unione Sovietica e i paesi del blocco socialista, nonostante avessero contribuito all’organizzazione della Conferenza, per protesta contro l’esclusione della Germania Est (DDR). Furono presenti anche due capi di Stato, Indira Gandhi per l’India e Olof Palme per il paese ospitante, e oltre 250 organizzazioni non governative.

Ma non è questa l’unica ricorrenza da ricordare. In quello stesso anno è pubblicato il libro ambientalista più tradotto e più venduto nella storia (due milioni di copie solo nei primi mesi, oltre 30 milioni di copie ad oggi): I limiti dello sviluppo.

Il declino del mito dello sviluppo

All’inizio degli anni Sessanta, mentre si attenua lo scontro tra Est e Ovest, tra blocco occidentale e blocco socialista, si sviluppa lo scontro tra Nord e Sud del mondo, tra paesi ricchi (detti anche sviluppati o industrializzati) e paesi poveri (qualificati eufemisticamente come paesi in via di sviluppo, seppure ben pochi in quegli anni stessero percorrendo questa via e molti ancor oggi non l’abbiano neppure iniziata). Lo scontro è innescato dal declino della fiducia nello sviluppo generato naturalmente dall’economia di mercato. Il declino si verifica però in modo diverso nei paesi ricchi e nei paesi poveri.

Nei paesi ricchi è provocato dal sorgere dell’ambientalismo (la cui origine è tradizionalmente individuata nel 1962, con il libro Primavera silenziosa di Rachel Carson) che innesca lo scontro sul tema del progresso scientifico e tecnologico: per i sostenitori è fonte di benessere per tutti, ma crescono coloro che vogliono sottoporlo a controllo con le più varie gradazioni: da richieste di precauzioni per evitare effetti negativi sull’ambiente e sulla salute, fino al rifiuto del rischio indotto dalle innovazioni tecnologiche e dall’uso di sostanze chimiche e di prodotti immessi sul mercato senza alcuna verifica in merito alla loro innocuità.

Diverso è lo sfaldamento della fiducia nello sviluppo economico nei paesi poveri: qui non sono percepiti rischi derivanti da inesistenti innovazioni tecnologiche che fioriscono soltanto nella parte ricca del pianeta. Questi paesi, travolti dalle difficoltà sociali ed economiche derivanti dalla decolonizzazione, dall’accumularsi dei debiti contratti per avviare meccanismi di sviluppo e, in molte occasioni, dalla corruzione dei loro governi, si rendono conto che lo sviluppo è un mito, la cui strada è lastricata di fallimenti e delusioni: è smentita dalla realtà la promessa secondo cui l’economia di mercato avrebbe garantito il progresso verso superiori livelli di benessere.

Non è possibile sfuggire alla “trappola della povertà” ammonisce nel 1968 l’economista svedese Gunnar Myrdal (premio Nobel nel 1974) con Asian Drama: An Inquiry into the Poverty of Nations: se mancano i capitali e i risparmi perché non ci sono industrie, mancano gli investimenti e non si esce dall’arretratezza. Sono idee variamente sostenute negli anni Sessanta anche da un gruppo di economisti statunitensi di impostazione marxista, tra cui Paul Baran e Paul Sweezy (i direttori della Monthly Review) e poi Leo Huberman e Andre Gunder Frank. Per costoro, sono i paesi ricchi a rinchiudere i paesi poveri nella trappola della povertà, impedendo l’industrializzazione e lo sviluppo.

In questo clima, nel quale il progresso è posto ovunque, anche se per diverse ragioni, sotto accusa, un folto numero di paesi poveri costituisce nel 1964 il Gruppo dei paesi non allineati, o Gruppo dei 77 dal numero degli Stati fondatori (oggi, pur essendosi diversificate le condizioni economiche dei paesi aderenti, al Gruppo aderiscono 134 membri: quasi il 70% dei paesi presenti nelle Nazioni Unite). Si pongono così le basi per il progetto di un nuovo ordine economico internazionale che sarà poi elaborato negli anni seguenti, in contrapposizione all’ordine economico proposto dai paesi ricchi. Il progetto prevede il recupero, da parte dei paesi usciti dalla dominazione coloniale, della sovranità sulle proprie risorse naturali, la fissazione di prezzi remunerativi per i prodotti agricoli, il trasferimento dai paesi ricchi della tecnologia di cui essi dispongono a prezzi accessibili.

Con questo progetto si frantuma l’idea stessa di sviluppo. Mentre per i paesi ricchi lo sviluppo economico continua a essere uno strumento per progredire verso superiori livelli di benessere rispettando le regole del mercato e i principi della libertà di commercio e di scambio, per i paesi poveri si trasforma in un diritto da realizzare. Questa concezione condurrà, anni dopo, nel dicembre del 1986, all’approvazione da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, tra molti contrasti, della dichiarazione del diritto allo sviluppo come diritto umano inalienabile.

Lo sviluppo, strumento o diritto, diviene in breve il punto cruciale del conflitto secondo l’asse Nord-Sud, che si interseca con quello Est-Ovest tra paesi socialisti e paesi a economia di mercato.

La tutela dell’ambiente

Non solo lo sviluppo, ma anche la tutela dell’ambiente è vista in modo assai diverso nei paesi ricchi e nei paesi poveri.

Nei primi esprime la ribellione contro la concezione di un progresso economico asservito ai piani dei grandi gruppi industriali, indifferente alla salute delle persone e ai danni provocati all’ambiente; nei paesi poveri è invece percepita come l’astuto strumento di una nuova politica postcoloniale, volta a mantenere la condizione di inferiorità economica e tecnologica in cui essi si trovano e a continuare a sfruttarne le risorse naturali.

Queste diverse concezioni della crescita economica e, per converso, della tutela dell’ambiente che contrappongono il Nord e il Sud del mondo costituiscono vere e proprie visioni alternative del futuro che attende l’intero pianeta e costituiscono il contesto nel quale si inquadra la Conferenza di Stoccolma

Il difficile avvio della Conferenza

Nel 1967 la Svezia, un paese ricco e non coinvolto in controversie e conflitti postcoloniali, con una lunga tradizione di sostegno finanziario ed economico ai paesi poveri, propone con la lettera indicata all’inizio all’Assemblea generale delle Nazioni Unite l’organizzazione di una conferenza mondiale sul deterioramento dell’ambiente. Il tema dell’ambiente è proiettato per la prima volta sullo scenario internazionale e la proposta è sostenuta nei mesi seguenti da molti paesi occidentali.

L’iniziativa della Svezia è anche una risposta all’iniziativa del Gruppo dei 77, che ormai rappresenta ufficialmente i paesi poveri nell’ambito della comunità internazionale, per il quale la responsabilità della povertà e della distruzione dell’ambiente doveva essere attribuita all’indiscriminato sfruttamento delle risorse naturali nei paesi poveri da parte dei paesi industrializzati. Il Gruppo dei 77 esprime infatti subito il sospetto che una conferenza sull’ambiente non sia altro che un rich man’s show, uno spettacolo gestito nell’esclusivo interesse dei paesi ricchi.

Il Brasile, l’India e l’Algeria, che da pochi anni ha conquistato l’indipendenza, aggiungono che una conferenza sull’ambiente interessa solo il Nord del mondo ed esprimono la certezza che le questioni ambientali saranno utilizzate dai paesi industrializzati per tentare di contenere il diritto allo sviluppo dei paesi poveri, proprio quando si sono liberati dal giogo coloniale.

Non solo i paesi poveri, anche molti paesi ricchi non vedono di buon occhio l’iniziativa della Svezia. La Gran Bretagna e la Francia temono infatti che essa faccia divampare conflitti proprio mentre sono alle prese con le rivendicazioni economiche delle ex colonie; gli Stati Uniti temono che la conferenza possa sancire un accantonamento del modello di ordine economico progettato nel dopoguerra e che conceda spazio alle richieste del Gruppo dei 77. Tuttavia, non possono opporsi, perché devono fare i conti, al loro interno, con i movimenti ambientalisti che spingono perché la conferenza abbia luogo.

Favorevole si dichiara subito l’Unione Sovietica perché prevede che la conferenza costringerà i paesi del blocco occidentale ad affrontare molti spinosi problemi. D’altro canto non ha il problema di movimenti ambientalisti al suo interno, repressi prima ancora di potersi organizzare, né, per altro verso, si occupa molto del proprio ambiente.

In questo clima di incertezza e di opinioni discordanti l’Assemblea delle Nazioni Unite tronca ogni dubbio, approva nel 1968 la proposta della Svezia e indice per il 1972 una Conferenza sull’ambiente umano. La sede è a Stoccolma, nel paese promotore dell’iniziativa.

Il conflitto esplode

Nel 1971, quando cominciano i preparativi per la Conferenza, il conflitto tra Nord e Sud del mondo, come era prevedibile, si accentua.

La maggior parte dei paesi ricchi sostiene che i problemi ambientali sono fondamentalmente gli stessi ovunque e che i paesi poveri possono procedere sulla strada dello sviluppo solo se adottano rigorose misure per limitare le nascite. Sono riscoperte le teorie dell’economista inglese Thomas Malthus che nel Saggio sul principio di popolazione, Malthus aveva sostenuto che la povertà è provocata dall’aumento della popolazione e che all’incontrollato aumento di quest’ultima, e quindi della povertà, non avrebbe corrisposto un corrispondente aumento della produzione alimentare, con conseguenze catastrofiche per l’assetto sociale. È una tesi riproposta da due libri che hanno un grande successo. Famine 1975! America’s Decision: Who Will Survive? di William e Paul Paddock, pubblicato nel 1967, afferma che, a causa del rapido aumento della popolazione nel mondo, entro pochi anni si sarebbe verificata una carestia di enormi proporzioni con milioni di vittime. Di ancor maggior successo è The Population Bomb, pubblicato l’anno seguente da un ambientalista ed entomologo statunitense, Paul Ehrlich. Il libro diviene dopo poco tempo un best seller anche per le dichiarazioni dell’autore in vari programmi televisivi: «nei prossimi 15 anni arriverà la fine. E con la parola fine intendo il crollo nell’intero pianeta della possibilità di nutrire l’umanità».

Diametralmente opposta la posizione assunta dai paesi poveri: il degrado ambientale è causato dall’industrializzazione e dallo sfruttamento delle risorse naturali per soddisfare le incolmabili esigenze di consumo dei paesi ricchi, sicché grava su questi ultimi il compito di risolverlo e di sopportarne i costi. La Conferenza non è altro che il tentativo di ratificare e incrementare la disuguaglianza economica e la dipendenza tecnologica dei paesi poveri: l’ambiente è il perno del nuovo programma colonialista e neoimperialista dei paesi ricchi, lo strumento finalizzato a precludere il cammino verso lo sviluppo e a mantenere le situazioni esistenti di sperequazione sociale ed economica. Più in generale, i paesi poveri contestano che la tutela dell’ambiente possa avere la priorità rispetto ai molteplici altri temi che sono in quel momento sul tappeto, prima di tutti la lotta alla povertà e il diritto allo sviluppo. È la tesi sostenuta da India e Brasile e dal Gruppo dei 77: i problemi ambientali non debbono essere usati per limitare il diritto allo sviluppo dei paesi poveri. È un motivo che, come si vedrà, sarà ripreso molti anni dopo per addossare in modo esclusivo sui paesi ricchi gli oneri del contenimento del cambiamento climatico.

Nel frattempo: il Club di Roma

Nello stesso anno 1968 in cui l’Assemblea delle Nazioni Unite indice la Conferenza di Stoccolma un imprenditore italiano, Aurelio Peccei, già commissario straordinario del Comitato di liberazione nazionale per la gestione della FIAT,  insieme con Alexander King, un chimico e imprenditore scozzese (sarà anche direttore scientifico dell’OCSE, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) invita un gruppo di trenta persone provenienti da dieci diversi paesi all’Accademia dei Lincei: ci sono scienziati, economisti, filosofi, industriali e uomini d’affari. L’obiettivo è costituire un’associazione per promuovere la comprensione delle sfide globali che si prospettano per il futuro dell’umanità e proporre soluzioni attraverso l’analisi scientifica dei problemi. Il presupposto è che le sfide siano interconnesse a tal punto che le istituzioni pubbliche tradizionali non sono più in grado di comprenderne appieno i contenuti e gli effetti e sia necessario quindi individuare idonee modalità per affrontarle. Sulla base di queste premesse, viene avviato un progetto che si propone di studiare il futuro del pianeta e soprattutto i limiti invalicabili di cui bisogna tenere conto.

Nell’aprile del 1968 è così costituito il Club di Roma.

Verso la soluzione del conflitto: il rapporto Founex

Nel 1971 sembra inevitabile che la Conferenza sia avviata verso il fallimento e che tutti i paesi poveri decidano di non partecipare, unendosi al boicottaggio lanciato poco prima dell’inizio della Conferenza dall’Unione Sovietica e dagli altri paesi del blocco socialista a causa dell’esclusione della Repubblica Democratica Tedesca (la DDR).

In questa difficile situazione svolge un ruolo decisivo il segretario generale della Conferenza, il canadese Maurice Strong, un imprenditore che ricoprirà in seguito anche incarichi diplomatici di rilievo e poi direttore esecutivo dello United Nations Environment Programme, UNEP, istituito dalla Conferenza di Stoccolma.

Strong incarica esperti di tutti i paesi partecipanti di predisporre un rapporto preliminare sulle condizioni dell’ambiente mondiale. Il titolo del Rapporto, Only One Earth, diventerà il motto ufficiale della Conferenza. Nello stesso tempo, avvia la raccolta di raccomandazioni per organizzare un Piano d’azione per le iniziative future e l’individuazione di problemi che richiedono interventi immediati.

Soprattutto, Strong decide di superare il conflitto tra paesi ricchi e paesi poveri incaricando un gruppo di 27 esperti di esaminare la correlazione tra sviluppo economico e ambiente. Il risultato è il cosiddetto Rapporto Founex, dal nome del paese svizzero di 4000 abitanti in cui la Commissione di esperti si riunisce: è uno dei più importanti documenti nella storia della politica ambientale in quanto riesce a integrare le diverse cause e le diverse esigenze dei paesi ricchi e dei paesi poveri con riferimento all’ambiente.

In sintesi, il rapporto chiarisce che nei paesi industrializzati le preoccupazioni per lo stato dell’ambiente sono in gran parte il risultato dello sviluppo economico. Qui, il problema da affrontare è controllare lo sviluppo. Per i paesi poveri, invece, i problemi relativi all’ambiente sono di diversa natura: riflettono condizioni di povertà e mancanza di sviluppo. La crescita economica finalizzata allo sviluppo è la risposta principale ai problemi ambientali nei paesi poveri. Per i paesi poveri lo sviluppo è l’unico modo per migliorare e tutelare l’ambiente. Il degrado dell’ambiente, in questi paesi è il riflesso della mancanza di sviluppo.

Le conclusioni del Rapporto Founex, che pongono in secondo piano il tema della sovrappopolazione, inducono i paesi del Gruppo dei 77 a partecipare alla Conferenza, convinti che le loro ragioni avrebbero ricevuto ascolto.

I limiti dello sviluppo

Pochi mesi prima dell’avvio della Conferenza, l’obiettivo del Club di Roma si materializza: The Limits to Growth, un rapporto curato dal gruppo di ricercatori del MIT è ufficialmente presentato il 12 marzo 1972 con una conferenza organizzata a Washington. Il momento è programmato in modo da offrire ai partecipanti alla ormai prossima Conferenza di Stoccolma e a tutti coloro che ne avrebbero seguito lo svolgimento materiale e spunti per assumere decisioni in merito a temi che, in vario modo, sono trattati nel libro. Sono, del resto, i temi che già contrapponevano paesi ricchi e paesi poveri. Ma a questi si aggiunge la questione del prossimo esaurimento delle risorse naturali a seguito del progredire e dell’estendersi dell’industrializzazione. La pubblicazione del rapporto e l’annuncio della possibilità di un collasso economico e ambientale in un futuro non lontano, sorretto da calcoli, grafici e simulazioni operate con i computer del MIT, creano un vero e proprio shock nell’opinione pubblica mondiale anche perché il rapporto non è destinato solo agli addetti ai lavori: pur trattando aspetti scientifici per lo più ignoti all’opinione pubblica, è di agevole comprensione per chiunque sia dotato di una normale istruzione. Ad oggi, prendendo in considerazione anche le revisioni e gli aggiornamenti pubblicati negli anni successivi, sono state vendute oltre 30 milioni di copie: è il libro più venduto nella storia della letteratura ambientalista.

La Conferenza di Stoccolma

Sulla traccia del Rapporto Founex, nel corso della Conferenza i paesi poveri riescono a porre al centro della discussione la mancanza di sviluppo come causa primaria dei loro problemi ambientali. L’obiettivo è quindi promuovere lo sviluppo, tenendo presente la necessità di migliorare le condizioni ambientali e di ridurre il divario esistente con i paesi ricchi. Questi ultimi, d’altro canto, ottengono di porre in evidenza il pericolo per l’ambiente provocato dalla crescita demografica e la necessità di adottare politiche adeguate per il suo contenimento.

La Conferenza si conclude con tre documenti.

Il primo è la Dichiarazione di Stoccolma contenente 26 principi in materia di ambiente e sviluppo. Il primo principio stabilisce che «L’uomo ha il diritto fondamentale alla libertà, all’uguaglianza e ad adeguate condizioni di vita in un ambiente che permetta di condurre una vita con dignità e con benessere»: compare per la prima volta in un testo internazionale il diritto di vivere in un ambiente sano.

Il secondo è il Stockholm Action Plan: 109 raccomandazioni per i governi e le organizzazioni internazionali per evitare il degrado ambientale

Il terzo è costituito da cinque risoluzioni. Tra queste la richiesta di vietare test nucleari, la costituzione di una raccolta di dati ambientali in modo da indirizzare gli interventi che consentono di collegare sviluppo e ambiente e la costituzione di un fondo per finanziare iniziative in materia di tutela dell’ambiente.

Le negoziazioni condotte durante la Conferenza hanno inoltre costituito la base per importanti convenzioni adottate negli anni seguenti: tra queste la Convenzione di Londra, adottata nello stesso anno e la Convenzione internazionale per prevenire l’inquinamento marino provocato dalle navi (Marpol) adottata l’anno seguente, entrambe finalizzate alla protezione dell’ambiente marino. Anche la Convenzione sul traffico internazionale di specie animali e vegetali in pericolo di estinzione (CITES) fu conclusa poco dopo la conclusione della Conferenza.

Infine, la Conferenza ha condotto anche alla costituzione di un’apposita agenzia per affrontare i problemi ambientali: la United Nations Environment Programme, UNEP, con sede a Nairobi

Gli effetti della Conferenza di Stoccolma

A Stoccolma si è inaugurata una nuova era dei rapporti tra i paesi del mondo, basata sulla cooperazione multilaterale in materia ambientale e sull’uso di strumenti previsti dal diritto internazionale per affrontare e risolvere i problemi ambientali globali: problemi che sono essenzialmente politici, non scientifici o tecnici come molti in precedenza pensavano e possono quindi essere risolti con negoziazioni condotte in buona fede e decisioni consensualmente assunte.

Antonio Cederna, una delle voci più importanti per diffondere l’importanza della tutela del paesaggio e del patrimonio storico, artistico e ambientale del nostro paese, inviato speciale del Corriere della Sera a Stoccolma, ha scritto il 6 giugno 1972: «Mentre l’assise delle Nazioni Unite inizia il suo viaggio attraverso l’inquinamento del mondo, ci sentiamo di prevedere che il problema dell’ambiente, negli anni a venire, assumerà un posto sempre più risolutivo nel quadro dei rapporti internazionali….E ciò perché il fenomeno dell’inquinamento e della crescente erosione delle risorse del pianeta, non illimitate, non è uno dei tanti inconvenienti che si manifestano sul cammino trionfale del progresso tecnologico. È bensì la spia che tutto un corso storico, dominato dall’aspirazione ad uno sviluppo crescente e senza limiti… in prospettiva non è tenibile».

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il mito dello sviluppo

Note:

[1] Dalla lettera del 20 maggio 1968 (Document E_4466_ADD.1) inviata dal rappresentante della Svezia al Segretario generale delle Nazioni Unite per richiedere la convocazione di una conferenza mondiale sull’ambiente.

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