Il Green Deal è in crisi[i]. È in crisi la strategia varata dalla Commissione europea nel 2019 ed è in crisi il modello, l’approccio, generalmente diffuso, che può tradursi con una denominazione leggermente diversa, di Green New Deal (GND), a richiamare l’ordine politico[ii] istituito negli USA dal presidente Franklin Delano Roosevelt negli anni Trenta del secolo scorso, ma aggiornato a finalità orientate all’ambiente, come si avrà modo di dire infra. Eppure, entrambe le versioni di questo progetto di regolazione pubblica finalizzata alla transizione ecologica e climatica continuano ad andare avanti e a svilupparsi, seppur tra molte difficoltà e incertezze.
Il Green Deal europeo (GDE) è sempre stato sotto attacco. Oggetto di critiche da destra (troppo costoso, inutile, troppo esigente nel richiedere conversioni ecologiche non economicamente sostenibili, incapace di mantenere la competitività europea nell’Arena mondiale, dannoso per l’industria)[iii] e da sinistra (poco audace nella lotta ai cambiamenti climatici e all’inquinamento, troppo compromissorio nei confronti delle misure a tutela della biodiversità e degli ecosistemi, sordo alle istanze di difesa del suolo o della biodiversità a fronte di settori ritenuti più centrali, come quello energetico)[iv]. Eppure, in questo clima da assedio – che non proviene solo da alcuni esperti o dall’opinione pubblica generale, ma anche da stakeholders, associazioni, imprese e figure con ruoli politico-istituzionali – il GDE è sopravvissuto. Ed è andato avanti. Ha visto approvare piani e programmi, ha dato vita a investimenti e finanziamenti, è stato tradotto in norme, di matrice europea o nazionale, ha realizzato progetti e iniziative.
A sei anni dal suo avvio, il “Patto verde” voluto dalla Commissione sembra uscito fuori dai radar, privato dell’energia vitale per svilupparsi e anche dei vari meccanismi di finanziamento che avrebbero dovuto supportarlo, con l’UE che guarda invece al riarmo e a progetti di finanziamento a scopi difensivi[v].
Eppur si muove. Vediamolo in qualche esempio.
Il “Patto per il clima”, un’iniziativa lanciata dalla Commissione proprio per la diffusione del GDE, vede verificarsi, anche in queste settimane, numerose attività finalizzate a unire le persone per contribuire, con azioni concrete, alla transizione ecologica[vi]. Si tratta di uno strumento di facilitazione, che mira a coinvolgere cittadini e associazioni in attività a tutela del clima, anche soltanto di natura divulgativa e informativa.
L’approvazione del “Clean industrial Deal”[vii], ossia la nuova politica industriale sostenibile varata dall’Unione, è del febbraio 2025: si tratta di un programma di regolazione finalizzato a creare una produzione che sia sostenibile e resiliente e che abbia la capacità di gestire la crisi climatica, di mantenere elevata la competitività e di reagire positivamente alle stimolazioni economiche. Esso si compone di una serie di misure pubbliche da attuare o in corso d’opera – investimenti, nuove discipline, programmazioni, partenariati – atte a trasformare l’attività industriale delle imprese nel continente.
Il 5 novembre 2024 il Consiglio ha adottato la revisione del Regolamento Ue sui prodotti da costruzione[viii]. Le nuove norme allineeranno i prodotti da costruzione ai principi di un’economia circolare, per cui i produttori saranno tenuti a: fornire informazioni ambientali sul ciclo di vita dei prodotti; progettare e produrre prodotti in modo da facilitare il riutilizzo, la rigenerazione e il riciclaggio; dare la preferenza ai materiali riciclabili; mettere a disposizione le istruzioni su come utilizzare e riparare i prodotti.
Risale a settembre 2024 la pubblicazione dello Strategic Dialogue on the Future of EU Agriculture[ix], che ha coinvolto produttori alimentari, proprietari locali di negozi alimentari, venditori al dettaglio, organizzazioni dei consumatori, ambientalisti, istituzioni finanziarie e mondo accademico al fine di condividere idee e iniziative per definire il futuro del sistema agricolo europeo, che fatica ad allinearsi agli obiettivi verdi fissati dallo stesso GDE per ridurre le emissioni e la perdita di risorse in tale cotesto.
In precedenza, a giugno 2024, il Consiglio ha approvato la Direttiva (UE) 2024/1760 relativa al dovere di diligenza delle imprese ai fini della sostenibilità[x]. Questa impone alle società di capitali di una certa dimensione il compito di contribuire alla decarbonizzazione, come co-attuatori delle politiche deliberate nelle azioni a tutela del clima e della natura.
L’elenco potrebbe continuare e dimostra che al di là della sua scarsa popolarità il Green Deal continua a svilupparsi e a realizzarsi, traducendo una strategia politica di lungo periodo in azioni concrete. A tal riguardo, si suggerisce la lettura di un comunicato stampa dell’Unione, del novembre 2024, che elenca conquiste e traguardi centrati dalle istituzioni europee e nazionali nell’attuazione di tale programma[xi]. Tuttavia, il GDE vive comunque di incertezza e, benché molte iniziative siano confluite in atti normativi validi, efficaci e vincolanti, esso è inevitabilmente subordinato alla volontà politica delle classi dirigenti e alle loro scelte, dettate dalla contingenza: si tratta quindi di un progetto di cambiamento e di politica regolatoria, non solo ambientale e non solo climatica, che abbisogna di istituzioni e soggetti, pubblici e privati, intenzionati ad attuarlo e a realizzarlo in concreto. E al momento le priorità sembrano essere altrove.
Di qui, più che celebrare la sopravvivenza di un progetto con di fronte numerose avversità e un futuro incerto, oltre che non privo di contraddizioni e difetti, dovremmo rimarcare l’importanza e le potenzialità del modello di public governance che costituisce il perno attorno al quale devono ruotare le politiche verdi e di transizione ecologica. Questo modello – il modello Green New Deal – punta a un cambio di paradigma, finalizzato a produrre crescita tutelando l’ambiente e a rendere quindi la transizione ecologica anche conveniente e redditizia, in una parola: competitiva. Esso sancisce un patto (“deal”) tra Stato e Capitale, aggiornando l’approccio del New Deal rooseveltiano alle esigenze attuali, su tutte quelle di natura ecologica.
Il “nuovo New Deal verde”, pertanto, intende modificare l’attuale paradigma produttivo, rendendolo compatibile con la salvaguardia della natura e neutro rispetto al clima, tramite un’imponente azione pubblica e una sinergia con i capitali privati. Il fondamento della strategia appena descritta è quello di innovare il sistema socioeconomico al fine di conformarlo a un modello di sviluppo basato sul “disaccoppiamento” tra produzione di ricchezza e consumo di risorse naturali; che al tempo stesso non comprometta la biodiversità e gli ecosistemi, che non inquini l’aria, il terreno e le acque e che non impatti sul clima. Il tutto senza diminuire la crescita economica e la diffusione del benessere da questa prodotta.
Si tratta di un progetto ambizioso, ma che porta con sé una promessa di un rinnovato benessere. Proprio per questo, il modello del Green New Deal si applica a progetti diversi deliberati e in corso di attuazione in varie parti del mondo e richiama e aggiorna l’interventismo pubblico rooseveltiano di ispirazione keynesiana adoperato per uscire dalla crisi economica del ’29: senza incentivi e ausili pubblici sarebbe troppo costoso investire sulle energie rinnovabili; senza infrastrutture statali sarebbe avventato produrre e acquistare veicoli elettrici; senza contributi di matrice pubblica sarebbe antieconomico tenere a riposo porzioni di terra coltivabile; senza l’assistenza tecnica di esperti messi a disposizione dalle amministrazioni statali non sarebbe agevole ristrutturare edifici in modo da ridurre il consumo energetico, ecc.
Questo genere di progetto o modello di gestione della cosa pubblica è ancora vivo e vegeto e costituisce un’opzione efficace ed efficiente per affrontare la crisi climatica senza rinunciare a rilanciare la crescita economica e lo sviluppo. Si traduce in una serie di politiche, misure e strumenti amministrativi per modificare il sistema socioeconomico al fine di renderlo compatibile e conforme a un modello di sviluppo che possa invertire l’approccio attuale nei confronti del clima – e più in generale dell’ambiente –, quindi in grado di ridurre progressivamente le emissioni senza rinunciare al progresso e al benessere. In questo senso mira a realizzare una transizione (a una società e a un’economia) ecologica. Per questo, oltre all’Ue, anche altri Paesi, come la Cina, il Brasile, la Corea del Sud e, fino al 2025, anche gli Stati Uniti, stanno studiando, discutendo o già attuando politiche ascrivibili a questo modello.
Si tratta, quindi, di un approccio necessario, oltre che innovativo e dalle varie potenzialità. Non è l’unico metodo e non va visto come una soluzione a tutti i mali, né interpretato in un’ottica di mero tecno-ottimismo (le innovazioni nel campo delle energie rinnovabili o dei trasporti elettrici non bastano a realizzare la transizione ecologica), ma costituisce un sistema di intervento da prendere sul serio, che può portare risultati e consentire di superare il cosiddetto modello basato sul “business as usual”.
Esso pone almeno due interrogativi, che riguardano la sua effettiva realizzazione e la sua efficacia rispetto agli obiettivi, ambiziosi, che si pone. Sono numerose le risposte che potrebbero essere date a queste domande. Per ragioni di spazio ci si concentrerà su una di esse: il coinvolgimento della cittadinanza verso un’attuazione dal basso del progetto di transizione ecologica. L’effettiva realizzazione e la capacità di avere successo del GND passano attraverso un ruolo attivo di tutti i soggetti dell’ordinamento: il patto (verde) è con le imprese e con gli individui, perché tutti sono chiamati a contribuire al processo di cambiamento che esso richiede. Se i vertici istituzionali sono poco attenti alle emergenze climatiche o al consumo di risorse naturali, dovranno essere gli attori privati a portare avanti la transizione ecologica.
Si tratta di una visione sicuramente ottimistica, che ha di fronte molteplici insidie, ad esempio legate a un sentimento oggi abbastanza diffuso, che è quello di un’avversione per i sacrifici da intraprendere con il GND; o derivanti dagli stalli decisionali che gli inevitabili conflitti tra interessi contrapposti potrebbero comportare. Nondimeno, la presenza – già garantita, ma da incrementare – di strumenti per coinvolgere cittadini, associazioni e imprese nelle politiche ascrivibili al modello GND costituisce uno strumento potenzialmente molto efficace. È così che, nell’incrementare l’apertura democratica delle decisioni, le si legittima, ricercando il consenso tra stakeholders e interessati; nell’internalizzare i conflitti tra interessi contrapposti, li si prende in esame già in sede istruttoria o decisionale, prima che diano vita a conflitti giudiziali, a vantaggio di speditezza ed efficienza; nella ricerca del consenso popolare, si orientano le decisioni dei vertici istituzionali secondo disegni e finalità condivise dalla società civile di riferimento.
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NOTE:
[i] Senza la pretesa di essere esaustivi, si rinvia a https://www.ilpost.it/2025/06/26/cedimenti-commisione-europea-green-deal/; E la lotta ai cambiamenti climatici_.pdf; https://www.gamberorosso.it/attualita/inversione-rotta-green-deal-piano-ue-agricoltura/.
[ii] Sul punto si richiama l’esaustiva ricostruzione fornita da G. Gerstle, Ascesa e declino dell’ordine neoliberale. L’America e il mondo nell’era del libero mercato, tr. it. a cura di Leonardo Clausi, Neri Pozza,
2024, pp. 25-83.
[iii] Si v., ad esempio, https://www.ilfoglio.it/esteri/2025/10/06/news/il-fallimento-del-green-deal-europeo-8165763/; https://piazzalevante.it/bisogna-dire-chiaramente-che-il-green-deal-europeo-e-stato-un-errore-e-va-profondamente-rivisto-vi-spieghiamo-il-perche/; https://www.open.online/2024/03/15/romano-prodi-vs-green-deal-ue-auto-benzina-investimenti-elettrico-video/.
[iv] Basti citare https://decrescitafelice.it/2025/03/tutti-contro-il-green-deal/; https://comune-info.net/che-fine-ha-fatto-leuropean-green-deal/; https://ilmanifesto.it/uneuropa-post-crescita-e-fondamentale-per-prosperare.
[v] Su questi temi si v. E. Chiti, Il rafforzamento della difesa europea, in Giornale dir. amm., n. 2/2025, p. 145 ss.
[vi] https://climate-pact.europa.eu/index_en
[vii] Commissione europea, Communication to the european parliament, the council, the european economic and social committee and the committee of the regions. The Clean Industrial Deal: A joint roadmap for competitiveness and decarbonisation, Brussels, 26.2.2025 COM(2025) 85 final.
[viii] La revisione del Regolamento UE sui Prodotti da Costruzione (CPR) ha portato all’approvazione del Regolamento (UE) 2024/3110, pubblicato il 18 dicembre 2024 e in vigore dal 7 gennaio 2025, che abroga il precedente (UE) n. 305/2011. Le novità principali includono un maggiore focus sulla sostenibilità ambientale, con obblighi di dichiarare le prestazioni ambientali dei prodotti lungo il ciclo di vita, la creazione di un passaporto digitale dei prodotti e il miglioramento della digitalizzazione, la semplificazione degli oneri per le PMI e la promozione dell’economia circolare.
[ix] https://commission.europa.eu/topics/agriculture-and-rural-development/strategic-dialogue-future-eu-agriculture_en.
[x] https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/2024/1760/oj?locale=it
[xi] https://ec.europa.eu/commission/presscorner/api/files/attachment/879954/3%20European%20Green%20Deal.pdf