di Stefano Nespor
Il 9 ottobre 1963 una frana precipitò dal Monte Toc nel bacino contenente 150 milioni di metri cubi di acqua, realizzato con la costruzione di una diga alta quasi 300 metri nella valle del Vajont (al confine tra Friuli-Venezia Giulia e Veneto). Un’enorme massa d’acqua si abbatté su Erto, Casso e Longarone, causando la morte di 1.917 persone. Il disastro è stato ricostruito nel 1993 da Marco Paolini in un monologo (Il racconto del Vajont), ispirato dal libro della giornalista Tina Merlin (Sulla pelle viva, 1983) che aveva denunciato fin dal 1960 il pericolo.
Il libro ricostruisce la storia di un disastro annunciato – “Crepe in casa, buche per strada, boati e tremori, alberi inclinati e animali nervosi: era questa la quotidianità al Vajont, dove un’intera montagna si era messa in movimento sulle sponde di un immenso lago artificiale” – racconta l’autore del libro. Ma erano denunce ignorate perché la Valle del Piave e l’intero ambiente naturale erano considerati una sorta di laboratorio idroelettrico, “una palestra a cielo aperto per gli esperimenti di ingegneri che volevano disegnare il volto nuovo dell’Italia del miracolo economico”. Erano l’espressione di un sistema che anteponeva la produzione di profitti alla tutela dell’ambiente, trasformando le valli in un gigantesco motore idroelettrico.
La narrazione ufficiale prima del disastro rappresentava le vallate come una sorta di terra vergine da “sviluppare”, mentre nella realtà erano affollate di uomini, piante e animali; poi, dopo il disastro, ha cancellato il connubio degli scienziati con il potere economico e politico, limitando le responsabilità ai progettisti e dirigenti dell’ente gestore dell’opera.
Nel 2008 l’Unesco ha incluso il Vajont tra le cinque storie esemplari che possono guidarci verso un futuro sostenibile.
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