L’etica, il capitalismo e il cambiamento climatico

20 Giu 2021 | focus, climate change, articoli, editoriale

di Stefano Nespor

La via giudiziaria al contenimento del cambiamento climatico continua a vedere nei giudici olandesi gli indiscussi protagonisti.

Sono passati pochi mesi dalla sentenza con cui la Corte suprema olandese ha confermato le sentenze dei giudici di merito nel famoso caso Urgenda (la sentenza della Corte di primo grado è del 2015) che hanno obbligato il Governo olandese ad adottare misure più incisive per garantire il rispetto dell’Accordo di Parigi e, con un provvedimento del 26 maggio, la Corte distrettuale dell’Aja ha ordinato alla multinazionale Royal Dutch Shell (che ha la propria sede nella capitale olandese) di ridurre le proprie emissioni di gas serra del 45% rispetto ai livelli del 2019 (la base di riferimento adottata dalla Convenzione quadro del 1992) entro il 2030.

È la riduzione indicata come necessaria dalle Nazioni Unite e dall’IPCC per contenere l’aumento delle temperature entro 1,5 gradi.

La Corte non ha indicato le modalità con le quali Shell dovrà attuare la riduzione delle emissioni.

Anche in questo caso, il ricorso era stato proposto da alcuni gruppi ambientalisti olandesi, tra cui la filiale di Friends of the Earth, ben più combattivi e attivi delle analoghe organizzazioni italiane.

La multinazionale olandese, già condannata poche settimane fa a risarcire i danni provocati dalla sua consociata nigeriana con i suoi impianti di estrazione del petrolio nel delta del Niger, si è difesa negando il potere dell’autorità giudiziaria di intervenire in una materia di rilevanza globale che deve essere affrontata a livello politico, al fine di evitare distorsioni della concorrenza e del mercato: un argomento  che ha trovato spesso accoglimento presso i giudici statunitensi, ma rigettato dai giudici olandesi riaffermando che la tutela dei diritti umani e delle aspettative delle future generazioni spetta all’Autorità giudiziaria.

Shell si è anche difesa dimostrando di aver previsto ingenti investimenti per la riduzione delle emissioni previsti con un progetto di riduzione del 45% delle emissioni di gas serra entro il 2035, appena cinque anni dopo il limite posto dai giudici, valutato tra i più ambiziosi tra quelli predisposti dalle compagnie petrolifere. Ma la Corte ha osservato che il progetto, essendo stato sottoposto al verificarsi di molte condizioni, non è sufficiente per garantire i diritti delle future generazioni.

Ci sarà certamente l’appello, ma intanto la decisione è esecutiva

Una delle culle del protestantesimo reinterpreta così con rigore, attraverso i suoi giudici, la tesi esposta da Max Weber nei suoi saggi pubblicati nei primi decenni del secolo scorso: l’etica, se applicata nel diritto alla tutela dell’ambiente e al rispetto della persona umana, trasforma lo spirito del capitalismo.

Nel Nord dell’Europa i giudici olandesi non sono soli.

Con una sentenza pubblicata il 28 aprile, la Corte costituzionale federale tedesca ha accolto i ricorsi proposti da varie associazioni ambientaliste (tra cui Fridays for future) e da singoli ricorrenti, alcuni molto giovani, in grado quindi di lamentare una lesione di loro diritti inviolabili di libertà e di possibilità di vita futura, secondo la strategia affermatasi nei giudizi climatici per contestare scelte e politiche dei Governi.

La sentenza ha dichiarato parzialmente illegittima la legge sul contenimento climatico (Bundes-Klimaschutzgesetz, KSG) approvata alla fine del 2019 che aveva predisposto, in attuazione degli obiettivi posti dall’Accordo di Parigi del 2015, un piano con limiti vincolanti di emissioni di gas serra che avrebbero dovuto essere rispettati entro il 2030 nei vari settori produttivi (trasporti, agricoltura, edilizia) al fine di garantire il raggiungimento degli obiettivi nazionali e gli obiettivi europei di protezione del clima.

Secondo i ricorrenti, questo piano si limitava semplicemente a spostare al periodo successivo al 2030 adempimenti e costi per il rispetto dei limiti di emissioni. In sostanza, la legge ha formalmente rispettato l’obiettivo di riduzione delle emissioni di gas serra entro il 2030, ma senza indicare modalità e oneri che si sarebbero dovuti sopportare per il periodo successivo, scaricando così sui giovani e sulle nuove generazioni tutti i costi del rispetto degli obiettivi posti per questo decennio e gli ulteriori adempimenti per far fronte a tutto ciò che è rimasto in sospeso.

La Corte costituzionale tedesca ha ritenuto fondata questa prospettazione e ha imposto al legislatore di disciplinare entro la fine del 2022 gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra anche per il periodo successivo al 2030 e i relativi oneri.  La Corte ha osservato che, in mancanza di precise disposizioni su questo punto, sono gravemente compromessi i diritti fondamentali di libertà dei cittadini tedeschi più giovani e ha invitato il legislatore a regolamentare dettagliatamente gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra dopo il 2030, evitando che gli elevati oneri di riduzione delle emissioni siano semplicemente rinviati a periodi successivi al 2030, senza indicare e modalità per farvi fronte.

Le due sentenze olandese e tedesca sono un segnale importante per l’Unione europea dove nello stesso periodo bisogna registrare un avvenimento di segno opposto.

Nel mese di aprile, la Corte di giustizia europea ha dichiarato inammissibile per carenza di legittimazione la causa proposta da dieci famiglie di Francia, Germania, Italia, Portogallo, Romania e un’associazione svedese che rappresenta i giovani autoctoni Sami, e inoltre di Kenya e isole Fiji, per ottenere una modifica del “Pacchetto clima” che prevedeva un target di riduzione delle emissioni del 40% al 2030 (nel frattempo, il target è stato innalzato al 50%). I ricorrenti chiedevano di ordinare al Consiglio dell’Unione europea e all’Europarlamento di adottare misure che imponessero una maggiore riduzione. Il ricorso era stato respinto dal Tribunale in primo grado e l’ordinanza è stata confermata dalla Corte.

La Corte di giustizia, dove la rigida etica del Nord Europa è probabilmente annacquata dalla presenza di giudici provenienti da altri paesi, ha affermato che addurre la violazione di un diritto fondamentale da parte di un atto dell’Unione non rende, di per sé, ricevibile il ricorso di privati cittadini. È stata così ignorata la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea che garantisce il diritto fondamentale a una tutela giurisdizionale effettiva.

Ha commentato il teologo protestante Peter Dabrock, fino a pochi mesi fa presidente del Consiglio etico federale tedesco: “Immanuel Kant disse che la libertà dell’individuo finisce dove inizia la libertà degli altri. Quel principio basilare dell’etica sta ora affermandosi in una prospettiva intergenerazionale: la libertà delle generazioni presenti finiscono dove inizia la tutela della libertà delle generazioni future”.

Mentre il rispetto dei principi etici e i le sentenze dei giudici assumono un ruolo sempre più rilevante per la protezione del diritto al contenimento del cambiamento climatico, restano indifferenti e muti quelli che dovrebbero essere i principali protagonisti: i governi. E, in molti paesi, anche le organizzazioni ambientaliste non si danno molto da fare.

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