Senegal in fuga. Terre arse, mari esausti e l’esodo climatico

01 Apr 2025 | articoli, contributi

Introduzione

Nel corso degli ultimi decenni, il cambiamento climatico ha accentuato la frequenza e l’intensità di eventi ambientali estremi, come inondazioni, siccità, uragani e innalzamento del livello del mare.

Questi fenomeni hanno avuto un impatto profondo sulla mobilità umana, costringendo milioni di persone a lasciare le proprie terre d’origine. Tuttavia, l’attuale quadro giuridico internazionale non prevede uno status specifico per i migranti ambientali, creando un vuoto normativo che li espone a una condizione di vulnerabilità giuridica.

Secondo i dati del Global Trends dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR)[i], il numero di persone in fuga a livello globale ha raggiunto i 117,3 milioni, di cui tre quarti provenienti da Paesi già gravemente colpiti dalla crisi climatica. In particolare, gli sfollati interni, quelli che non oltrepassano i confini del loro paese, hanno raggiunto i 75,9 milioni, per effetto dei 46,9 milioni di nuovi spostamenti registrati nel 2023. Di questi, il 56% (pari a 26,4 milioni) è stato determinato da disastri naturali ed eventi climatici estremi.

Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), il loro numero entro il 2050 potrebbe arrivare a riguardare oltre 200 milioni di persone a livello globale[ii]. Questo contributo intende analizzare il fenomeno delle migrazioni forzate indotte dal cambiamento climatico, focalizzandosi sul Senegal. Infatti, questo Paese, già da cinquant’anni ha visto l’esaurimento delle risorse agricole e ambientali, fenomeno che ha spinto la popolazione locale a migrare. In assenza di interventi concreti, la Banca Mondiale[iii]3 prevede che, entro il 2050, il Senegal avrà almeno 600mila migranti climatici interni (ma la stima arriva a 1 milione nel caso dello scenario più pessimistico).

Migrazioni ambientali e diritto internazionale

Il concetto di “migrante ambientale” non gode di una definizione univoca e condivisa a livello internazionale. L’IOM propone una definizione operativa, descrivendo i migranti ambientali come “una persona o un gruppo di persone che, prevalentemente a causa di cambiamenti improvvisi o progressivi nell’ambiente che incidono negativamente sulle loro vite o sulle loro condizioni di esistenza, sono costretti a lasciare il loro luogo di residenza abituale o scelgono di farlo, in modo temporaneo o permanente, all’interno del proprio Paese o al di là dei confini nazionali”[iv].

Tuttavia, questa definizione non possiede valore giuridico vincolante e non vi è un consenso unanime sull’adozione di un termine univoco per indicare coloro che si spostano a causa di fattori ambientali. La nozione di migrante ambientale si configura essenzialmente come descrittiva e include un’ampia varietà di situazioni in cui le migrazioni risultano connesse a fattori ambientali. Questi spostamenti possono derivare da eventi catastrofici improvvisi, quali terremoti, inondazioni e uragani, oppure da fenomeni graduali e di lungo periodo, come la desertificazione, l’innalzamento del livello del mare e il degrado del suolo.

Dal punto di vista giuridico, il diritto internazionale dell’immigrazione e dell’asilo non riconosce formalmente lo status di rifugiato ambientale. La Convenzione di Ginevra del 1951 e il Protocollo aggiuntivo del 1967 circoscrivono lo status di rifugiato a individui che abbiano un “timore fondato di essere perseguitati per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinione politica”. Questa formulazione esclude esplicitamente quanti siano costretti a fuggire in seguito a eventi climatici o disastri ambientali, rendendo complesso il riconoscimento di tutele giuridiche adeguate a favore di tali categorie di migranti.

L’assenza di un quadro normativo specifico ha determinato una diversificazione degli approcci adottati a livello nazionale e regionale. Alcuni Paesi hanno introdotto misure di protezione temporanea per le persone sfollate a causa di calamità naturali, mentre in altri contesti si discute la possibilità di riconoscere specifiche forme di protezione internazionale per i migranti ambientali.

Questo dibattito si inserisce in una più ampia riflessione sulla ridefinizione delle categorie giuridiche della protezione internazionale, alla luce degli impatti sempre più rilevanti del cambiamento climatico e della crescente interconnessione tra fattori ambientali e dinamiche migratorie. Alcuni organismi internazionali, tra cui l’UNHCR, hanno iniziato a riconoscere la necessità di fornire una tutela a queste persone, pur in assenza di un quadro giuridico vincolante. Numerosi studiosi e organizzazioni internazionali hanno proposto l’estensione della definizione di rifugiato per includere coloro che migrano per cause ambientali. Le principali strategie discusse includono l’introduzione di un nuovo strumento giuridico internazionale per disciplinare il fenomeno, un’interpretazione estensiva della Convenzione di Ginevra che consideri i disastri ambientali come fattori di persecuzione e la creazione di permessi umanitari temporanei specifici per i migranti ambientali.

Tuttavia permangono significative obiezioni all’introduzione di uno status giuridico per i rifugiati ambientali. Tra le principali difficoltà si annoverano la complessità nel distinguere tra migrazione forzata e volontaria in contesti ambientali, la riluttanza degli Stati ad ampliare il concetto di rifugiato per timore di un incremento del numero di persone aventi diritto alla protezione internazionale e la persistente mancanza di consenso a livello internazionale sulla questione.

Il caso del Senegal

Il Senegal, con la sua varietà climatica, dal deserto del nord alle condizioni tropicali dell’ovest, è altamente vulnerabile ai cambiamenti climatici. Dal 1960, la temperatura media annua è aumentata di 0,9°C, e circa il 46% del territorio è ormai classificato come semi-arido a causa della riduzione delle precipitazioni annuali[v]. Negli ultimi anni, la combinazione di crescita demografica e cambiamenti climatici ha aggravato l’esodo dalle zone rurali. La siccità, la desertificazione e le carestie hanno costretto molte persone a cercare condizioni di vita migliori, sia internamente che all’estero. A ciò si aggiungono minacce come invasioni di locuste, alluvioni, epidemie, l’innalzamento del livello del mare e la perdita di terre agricole.

Dakar, capitale del Senegal, soffre di sovraffollamento e inquinamento, mentre nel resto del Paese aumentano le tensioni tra agricoltori e pastori per la scarsità d’acqua. La siccità che ha colpito il Sahel tra gli anni ‘70 e ‘80 ha generato una massiccia migrazione interna, con migliaia di persone che si sono rifugiate nelle aree costiere. L’afflusso di popolazione nella regione costiera di Niayes ha trasformato quella che un tempo era una fertile zona del Senegal in un’area ecologicamente compromessa. Inoltre, l’accaparramento da parte delle multinazionali delle terre agricole (land grabbing) ha aggravato la crisi agricola, minando l’equilibrio ecologico e aumentando la deforestazione e la perdita di biodiversità. Allo stesso modo, la pesca è minacciata dal fenomeno dell’ocean grabbing e dal sovrasfruttamento delle risorse ittiche, alimentato da flotte straniere che praticano pesca illegale, compromettendo la sicurezza alimentare delle comunità locali.

Le politiche internazionali, come quelle di aggiustamento strutturale imposte dalla Banca Mondiale nel 1979, hanno contribuito alla stagnazione economica, con l’aumento della disoccupazione e dei costi di vita, aggravando la vulnerabilità del Paese. In questo contesto, la migrazione senegalese[vi], che inizialmente era prevalentemente interna, ha visto un’intensificazione a partire dagli anni ‘80 prima verso le tradizionali destinazioni dell’Africa occidentale e la Francia, successivamente, a causa delle restrizioni imposte da quest’ultima nel 1986, verso l’Italia e la Spagna.

Nel 2023, secondo i dati Eurostat, l’Italia è diventata la seconda destinazione più frequente, con circa 105.000 senegalesi residenti, cifra quasi pari a quella della Francia (109.000). La diaspora senegalese, stimata dalle Nazioni Unite in oltre 727.000 persone nel 2021, si distribuisce principalmente tra l’Europa (50,3%) e l’Africa (38,9%), mentre i migranti interni rappresentano il 14,6% della popolazione. Le rimesse inviate dai senegalesi all’estero, che nel 2023 hanno costituito il 9,5% del PIL del Paese, sono fondamentali per il sostegno alle famiglie e per lo sviluppo delle comunità locali. Tuttavia, non sono sufficienti a contrastare le gravi sfide economiche e climatiche che il Senegal deve affrontare.

Di fronte alla crescente chiusura delle porte da parte dell’Unione Europea, iniziata con la crisi economica del 2008, la migrazione senegalese verso l’Europa ha assunto sempre più la forma di una fuga disperata. Molti migranti sono costretti a intraprendere viaggi pericolosi lungo rotte irregolari, affidando le speranze in un futuro migliore ai trafficanti di esseri umani. Nel 2023 si è registrato un significativo aumento delle traversate oceaniche, con 17.993 migranti rintracciati lungo la rotta atlantica, e 1.969 lungo la rotta del Mediterraneo centrale, quella che conduce in Italia (dati Frontex). Ciò ha fatto dei senegalesi il terzo gruppo nazionale più rappresentato tra i migranti irregolari diretti verso l’Unione Europea.

Conclusioni

In un contesto segnato da “terre arse” e “mari esausti”, il Senegal si trova ad affrontare una crisi climatica che nei prossimi anni avrà conseguenze drammatiche, aggravate dalla forte crescita demografica futura. Attualmente popolato da circa 18,3 milioni di abitanti, il Paese è destinato a superare i 30 milioni entro il 2050, esercitando una pressione crescente su un territorio già fragile.

L’erosione costiera, la riduzione delle precipitazioni e l’esaurimento delle risorse ittiche stanno compromettendo i mezzi di sussistenza di milioni di persone, alimentando l’esodo dalle zone rurali e costiere verso i centri urbani e oltre i confini nazionali. Questa combinazione di fattori fa del Senegal uno dei Paesi più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico, con un impatto significativo sulla stabilità sociale ed economica e un inevitabile aumento delle migrazioni forzate.

Nonostante le evidenze che il cambiamento climatico rappresenti una delle principali cause di migrazione forzata nel XXI secolo, il diritto internazionale non fornisce ancora una protezione adeguata ai migranti ambientali. Il riconoscimento giuridico dello status di rifugiato ambientale, previo un nuovo trattato internazionale sui migranti ambientali o l’adozione di strumenti regionali per la protezione delle persone sfollate a causa di disastri ambientali, rappresenterebbe un passo fondamentale per garantire diritti e tutele a milioni di persone vulnerabili.

Affrontare la crisi climatica e le sue implicazioni migratorie richiede un impegno coordinato da parte della comunità internazionale, che deve colmare il vuoto normativo sulla protezione dei migranti climatici e adottare strategie efficaci per una gestione sostenibile delle migrazioni forzate. Parallelamente, è essenziale investire in misure di adattamento ai cambiamenti climatici, promuovendo infrastrutture resilienti, la tutela delle risorse naturali e modelli di sviluppo sostenibile capaci di ridurre la vulnerabilità delle popolazioni locali.

Tuttavia, il caso del Senegal mette in luce le profonde contraddizioni dell’approccio istituzionale italiano. Il Paese è stato inizialmente escluso dalla fase pilota del “Piano Mattei” (L. 2/2024), l’iniziativa del governo Meloni volta a rafforzare le relazioni economiche tra l’Italia e i Paesi africani[vii]. Al contempo, con il Decreto Legge n. 158 del 23 ottobre 2024 il Senegal è stato confermato nella lista italiana dei cosiddetti “Paesi sicuri”, sulla base di valutazioni ministeriali[viii] che non tengono conto delle gravi criticità interne rilevate[ix] e non considerano l’impatto dei rischi climatici e ambientali. Sebbene questa impostazione rispecchi l’attuale quadro giuridico, l’assenza di un riconoscimento formale dei rischi ambientali nella valutazione della sicurezza dei Paesi di origine rappresenta una lacuna significativa, poiché proprio i fattori ambientali stanno aggravando le condizioni di vita in molte aree del Senegal e contribuendo all’aumento degli sfollati climatici e alla crescita della migrazione forzata.

In questo contesto, l’assenza di un quadro normativo adeguato e di una strategia di cooperazione più inclusiva rischia di limitare la capacità di risposta alle crisi migratorie e di aggravare ulteriormente la vulnerabilità del Senegal e di altri Paesi africani esposti agli effetti del cambiamento climatico.

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NOTE:

[i] https://www.unhcr.org/global-trends-report-2023.

[ii] https://publications.iom.int/system/files/pdf/mrs-31_en.pdf.

[iii] World Bank, Groundswell Africa: Deep Dive into Internal Climate Migration in Senegal, Washington, 2021.

[iv] https://publications.iom.int/books/international-migration-law-ndeg34-glossary-migration.

[v] World Bank, cit., 2021.

[vi] Per un maggiore approfondimento si rimanda a: A. Ricci, Siccità e migrazioni, il caso Senegal, in “Limes. Rivista italiana di geopolitica”, n. 11, 2024, pp. 275-283.

[vii] Nel 2025 il Senegal è stato infine incluso tra i Paesi beneficiari del piano governativo italiano. Tuttavia, all’interno dell’iniziativa, la giustizia climatica continua al momento a occupare un ruolo marginale, con un’attenzione limitata agli impatti ambientali sulle dinamiche migratorie e alle misure di adattamento necessarie per affrontare la crisi climatica in modo strutturale.

[viii] Le schede di valutazione redatte dai Ministeri degli Esteri, della Giustizia e dell’Interno sono state rese disponibili al pubblico nel giugno 2024 grazie all’accesso civico esercitato dall’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI): https://www.asgi.it/asilo-e-protezione-internazionale/accesso-civico-asgi-le-schede-dei-paesi-di-origine-sicuri-2/.

[ix]La scheda del Senegal è consultabile a questo link: https://www.asgi.it/wp-content/uploads/2024/06/Schede-Paesi-Sicuri-aggiornamento-2024-4.pdf. Si segnala, inoltre, che la giurisprudenza già annovera diverse sentenze sospensive a beneficio di cittadini originari del Senegal.

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