Qualche settimana fa numerosi scienziati, tra cui molti premi Nobel, hanno sottoscritto una lettera aperta con la quale chiedono interventi straordinari nel settore della ricerca scientifica e tecnologica per incrementare la produzione di cibo: solo così può essere risolto il crescente squilibrio tra offerta e domanda di cibo ed evitata una catastrofe mondiale.
La lettera indica che l’obiettivo a livello mondiale deve essere garantire cibo per i 9,7 miliardi di abitanti del pianeta nel 2050.
È un tema strettamente collegato con l’ambiente.
Come ha ricordato la Commissione Bruntdland su ambiente e sviluppo quasi cinquanta anni fa la povertà provoca degrado ambientale e il degrado ambientale provoca povertà.
Inoltre molti fattori ambientali incidono, in molte regioni, sulla produzione di cibo: l’erosione del suolo, la desertificazione, la perdita di biodiversità, la mancanza di acqua.
Poi, certo, ci sono le guerre e i conflitti in continuo aumento, le politiche di molti governi che trascurano questo aspetto, i vincoli posti dai mercati in un settore – quello agricolo – nel quale sono di precaria applicazione le regole poste dall’Organizzazione mondiale del commercio, anche perché molti paesi ricchi ne hanno limitato l’importanza concludendo accordi commerciali bilaterali.
Ma, tornando alla lettera aperta, bisogna ricordare che il tema non è nuovo e la fatidica data del 2050 è sempre il punto di arrivo.
Nel 2019 un rapporto diffuso dalle Nazioni Unite, predisposto da oltre 100 scienziati di 52 diversi paesi, aveva avvertito che le risorse alimentari mondiali sono in pericolo.
Nel 2012 Frank Rijsberman, il direttore del Consultative Group on International Agricultural Research (CGIAR), una organizzazione internazionale che si dedica alla ricerca in materia di risorse alimentari avvertiva che nel 2050 “l’agricoltura non sarà in grado di sostenere la crescente domanda di cibo”.
In quello stesso anno 2012 era pubblicato un aggiornamento di Limits to Growth, il famoso rapporto del Club di Roma, ove si prevedeva che l’incremento della popolazione e il conseguente aumento di energia e di uso del suolo lanceranno “l’umanità verso un modo sconosciuto, in gran parte al di fuori di ogni controllo”.
Facciamo un salto indietro nel tempo: nel 1985 una pubblicazione della britannica Royal Society avvertiva che “tutte le riserve di terreno coltivabile saranno perdute nello spazio di un secolo, mentre i terreni più produttivi saranno consumati in 25 anni”.
Prima ancora, nel 1968 l’entomologo Paul Ehrlich con il libro Population Bomb aveva formulato una previsione ancora più drastica: «nei prossimi 15 anni arriverà la fine. E con la parola fine intendo il crollo nell’intero pianeta della possibilità di nutrire l’umanità».
Il catastrofismo alimentare, l’insufficienza della produzione di cibo rispetto all’aumento della popolazione, risale, come si sa, a Malthus che nel Saggio sul principio di popolazione del 1803 aveva sostenuto che all’incontrollato aumento della popolazione non avrebbe corrisposto un aumento della produzione alimentare, con conseguenze disastrose per l’assetto sociale. Possiamo scendere addirittura fino a Euripide che, in Elena, attribuisce la causa della guerra di Troia a un disegno di Zeus che «voleva alleviare la madre terra dalla gravosa massa di uomini».
Tutte queste previsioni hanno qualcosa in comune: sono sempre state smentite dalla realtà. La produzione di cibo è sempre cresciuta in modo da soddisfare nel suo complesso i bisogni della popolazione mondiale.
Proprio negli stessi anni in cui Ehrlich annunciava le sue drammatiche previsioni, si sono manifestati gli effetti della rivoluzione verde lanciata molti anni prima e attuata dal premio Nobel Norman Borlaug: la produzione delle più importanti colture (mais, riso e grano) è aumentata oltre l’80% solo per effetto della maggior resa ottenuta utilizzando nuove varietà di sementi, moderne tecniche di irrigazione, investimenti di capitali e anche fertilizzanti chimici. Solo due esempi: la produzione di riso dell’India passò da 60 milioni di tonnellate nel 1970 a 135 nell’anno 2000 e nel sud-est dell’Asia la produzione di cereali tra il 1965 e il 1995 si moltiplicò di oltre cinque volte.
Così, in poco più di quarant’anni, tra il 1960 e la fine del millennio, la popolazione è raddoppiata, ma è più che raddoppiata la produzione di cibo, sia pure in modo diseguale tra Paesi ricchi, paesi emergenti e paesi poveri.
Per questo, l’economista indiano premio Nobel Amartya Sen ha sempre sostenuto che la questione della insufficienza della produzione alimentare è esagerata: la gente ha fame non perché manca il cibo, ma perché è povera e perché una grande quantità di cibo è sprecata e non arriva al consumatore. L’obiettivo quindi non è aumentare la produzione di cibo, ma diminuire la povertà e gli sprechi.
Non va dimenticato inoltre che fino a pochi decenni fa solo nei paesi occidentali c’erano tavole perennemente imbandite. Qui il problema era (ed è) l’obesità, non la fame. La maggior parte della popolazione mondiale stava alla finestra e si nutriva – quando poteva – con le ben note ciotole contenenti riso o i vegetali disponibili.
Né il surplus di cibo presente sulle tavole degli abitanti dei paesi ricchi poteva essere agevolmente trasferito nei paesi poveri. Come le risorse idriche, anche le risorse alimentari sono difficilmente trasferibili dai luoghi dove sono in sovrabbondanza ai luoghi dove scarseggiano.
Oggi molto è cambiato. Molti paesi dell’Asia e dell’America Latina sono passati rapidamente dalla categoria dei paesi poveri o in via di sviluppo a quella delle economie emergenti e poi a quella delle economie emerse o industrializzate o sviluppate. Questo processo ha generato un diffuso benessere (pur con pesanti diseguaglianze) e si sono conseguentemente modificate anche le abitudini alimentari: le tavole riccamente imbandite, prima monopolio occidentale, si sono moltiplicate e diffuse per il pianeta e vi hanno avuto accesso per la prima volta un numero sempre crescente di consumatori (in Cina si allevano oltre 500 milioni di maiali all’anno: all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso erano poco più di 80 milioni).
Tuttavia, l’appello della lettera aperta, seppur non nuovo, non è inutile.
Ci sono infatti due ragioni per preoccuparsi.
Prima di tutto, il cambiamento climatico inciderà in modo consistente e non prevedibile sulla tipologia e sulla quantità delle produzioni agricole, specie nei paesi poveri. Già oggi, molti terreni sono divenuti inadatti alle coltivazioni tradizionali, imponendo cambi, diversificazioni e procedure di adattamento alle crescenti condizioni climatiche.
Poi, è difficile contare su una replica del successo della Rivoluzione verde.
Per questo, la lettera aperta degli scienziati deve essere condivisa: sono necessari interventi straordinari e urgenti di ricerca e di sperimentazione di nuove tecnologie agricole. Sono raccomandazioni presenti in un rapporto di alcuni anni pubblicato dalla FAO (Piero Conforti (a cura di), Looking Ahead in World Food and Agriculture: Perspectives to 2050, Fao 2011 www.fao.org/4/i2280e/i2280e00.pdf) ove si affermava che un forte aumento della produttività è realizzabile nel settore agricolo con adeguati investimenti e con un forte impulso alla ricerca e allo sviluppo e concludevano che il potenziale di crescita della produzione agricola è considerevole se siano approntati i necessari strumenti socio-economici e il timore che la produzione agricola stia raggiungendo il suo tetto massimo non sembra essere giustificato, se non in rarissimi casi particolari.
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