In poco più di trent’anni l’adattamento al cambiamento climatico è passato da deprecabile scorciatoia a principale risorsa per far fronte alle conseguenze del cambiamento climatico.
Di adattamento non si parlava nella Convenzione quadro del 1992: l’obiettivo era solo “raggiungere la stabilizzazione delle concentrazioni dei gas serra in atmosfera… per prevenire interferenze antropogeniche dannose per il sistema climatico”. Un obiettivo per molti manifestamente irrealizzabile. Ma l’adattamento era considerato un deplorevole sotterfugio perché distoglieva dall’impegno principale di ridurre le emissioni di gas serra e favoriva i produttori di combustibili fossili. Infatti non è neppure nominato nel primo Rapporto del IPCC del 1990 (anche se è trattato nel terzo volume “The IPCC Response Strategies”).
Dopo dieci anni si dovette constatare che la riduzione delle emissioni non era così semplice e rapida come sembrava all’inizio. Infatti il terzo Rapporto dell’IPCC dedica all’adattamento l’intero secondo volume, “Impacts, Adaptation and Vulnerability”, mentre la mitigazione delle emissioni è trattata nel terzo volume.
Arriviamo a oggi. Nonostante gli enormi successi realizzati a livello globale con la produzione di energia mediante fonti rinnovabili, ci si sta rendendo conto che l’obiettivo di contenere le emissioni a livelli tollerabili per la stabilità del sistema climatico globale è fallito.
Ha lanciato un allarme nel maggio scorso l’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM – WMO) annunciando che il limite indicato dalle Nazioni Unite, un aumento non superiore a 1,5 gradi centigradi della temperatura media globale rispetto ai livelli preindustriali sarà superato nel corso del quinquennio 2025\2029 (si veda www.lifegate.it/omm-riscaldamento-globale-rapporto-2025).
Ben più grave, perché ci riguarda direttamente, è la situazione europea.
Già nel 2024 la prestigiosa rivista medica Lancet aveva avvertito che l’Europa si stava riscaldando a una velocità doppia rispetto alla media mondiale: tra le conseguenze, un aumento medio di 17.2 casi di mortalità ogni 100.000 abitanti provocato da punte di calore tra il 2013 e il 2022 (www.thelancet.com/journals/lanpub/article/PIIS2468-2667(24)00055-0/fulltext).
Ora, il rapporto del Comitato scientifico consultivo europeo sui cambiamenti climatici (ESABCC) appena pubblicato ha avvertito che i Paesi europei devono fin da ora prepararsi a un riscaldamento globale che sarà tra i 2,8 e i 3,3 gradi entro il 2100 (https://climate-advisory-board.europa.eu/reports-and-publications/strengthening-resilience-to-climate-change-recommendations-for-an-effective-eu-adaptation-policy-framework): uno scenario catastrofico senza adeguati sforzi di adattamento.
Gli effetti sono già presenti: le ondate di calore dell’estate 2025 hanno causato circa 24.000 morti premature in 854 città europee e oltre due terzi di questi decessi sono direttamente attribuibili al cambiamento climatico. Inoltre, i danni alle infrastrutture hanno raggiunto un costo medio di 45 miliardi di euro all’anno nel periodo 2020-2024.
Questi sono i prezzi che stiamo pagando per la mancanza di piani di adattamento (i cosiddetti PNACC) largamente insufficienti (meglio non parlare del PNACC italiano, il primo, che, come i lettori di questa Rivista sanno, è un finto piano: esiste solo sulla carta, visto che la sua concreta attuazione, seppur preannunciata, non è mai avvenuta).
Senza un’adeguata strategia di adattamento, conclude il Comitato, entro la metà del secolo sarà minacciata la sicurezza alimentare, l’autonomia energetica e la stabilità democratica dell’Unione. Se, un tempo, per avviare subito piani e progetti di adattamento ci sarebbe voluta lungimiranza, una dote che la specie umana non possiede, secondo lo psicologo cognitivo Paolo Legrenzi, essendo stata abituata fin dalle origini alla “cortomiranza” per sopravvivere, oggi la “cortomiranza” sarebbe sufficiente. Ci si può contare?
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