La COP29 di Baku: prime riflessioni

01 Dic 2024 | articoli, editoriale

La COP29 di Baku si è conclusa. È scomparsa dai testi finali il riferimento alla “transizione” verso l’uscita dai combustibili fossili, il principale risultato della Cop28 di Dubai, ed è stato faticosamente trovato un accordo sull’ammontare dei finanziamenti che i paesi ricchi dovranno versare ai paesi poveri per realizzare progetti di adattamento al cambiamento climatico e per compensare parzialmente i danni già provocati. Potete leggere in questo numero una descrizione dettagliata di quanto si è deciso a Baku, tra successi e fallimenti, nel rapporto di Christine Shields, una scienziata del gruppo di osservatori delle Nazioni Unite. In un altro articolo Joseph DiMento, professore di diritto ambientale nell’Università di California – Irvine e da molti anni collaboratore di questa rivista, cerca di prevedere quali saranno gli effetti della presidenza Trump sul diritto internazionale del cambiamento climatico.

Le valutazioni nei giorni immediatamente successivi alla conclusione della COP sono state discordanti, ma certamente meno ottimistiche di quelle espresse un anno fa alla conclusione della COP28 di Dubai. Mentre il commissario europeo per il clima Wopke Hoekstra ha definito l’accordo come una “nuova era” nella finanza climatica, il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres dichiara di avere “sperato in un risultato più’ ambizioso, sia in termini finanziari sia di mitigazione, per affrontare la grande sfida che ci attende”; per i rappresentanti del gruppo dei paesi meno sviluppati (PMS) è un impegno finanziario “troppo debole” e “troppo tardivo” e “irrisorio” secondo il delegato dell’India.

Nel frattempo è in continuo aumento il numero delle persone costrette a fuggire da condizioni di vita rese insostenibili dalla desertificazione e da temperature sempre più elevate: sono i “migranti” climatici, così chiamati per distinguerli dai rifugiati, cui sono applicabili i benefici e le tutele previste dalla Convenzione di Ginevra.

Già oltre venti anni fa il World Disaster Report 2001, pubblicato annualmente dalla Red Cross e dalla Red Crescent Society, avvertiva che le persone costrette ad abbandonare il proprio paese per il degrado ambientale prodotto dal cambiamento del clima erano in numero molto maggiore di quelle che fuggivano dai conflitti armati e dalle persecuzioni politiche e religiose. Da allora il numero è enormemente aumentato, essendo aumentate, per numero e per intensità, le catastrofi climatiche.

Risparmiare oggi sui finanziamenti ai paesi poveri significa, a prescindere da ogni considerazione etica, incrementare i costi, non solo economici, ma politici e sociali, necessari nei prossimi decenni per accogliere il crescente afflusso di migranti climatici o per impedirne l’accesso erigendo sbarramenti e progettando deportazioni.

Questi sono gli effetti prevedibili del cambiamento climatico.

C’è però un altro effetto, altrettanto prevedibile e parimenti trascurato: è la quantità di migranti che sarà provocata in un prossimo futuro dal contenimento del cambiamento climatico e dalla riduzione del consumo di combustibili fossili imposta dalla transizione energetica.

Dieci stati africani (Algeria, Angola, Camerun, Chad, Congo, Guinea Equatoriale, Gabon, Libia, Nigeria e Sud Sudan) – che rappresentano insieme un quarto della popolazione e un terzo del PIL del continente – traggono attualmente più della metà delle loro entrate dai proventi dell’esportazione del petrolio e del gas naturale. Per tre di essi, Nigeria, Algeria e Angola, il petrolio costituisce l’80% delle entrate complessive. Per tutti questi paesi le previsioni più accreditate indicano che il 60% della produzione diverrà superflua o non competitiva già nel 2040 rispetto ad altri produttori con costi di estrazione o di trasporto del petrolio e del gas più ridotti (www.iea.org/reports/world-energy-outlook-2023 e  https://climateanalytics.org/publications/2030-targets-aligned-to-15c-evidence-from-the-latest-global-pathways).

Le ripercussioni della riduzione della produzione di petrolio e di gas sull’economia e sull’assetto sociale di questi paesi sono agevolmente immaginabili: crollerà la già ridotta spesa pubblica nella sanità, nell’educazione e nell’assistenza mentre si ridurranno tutte le attività lavorative oggi collegate o dipendenti dall’industria petrolifera. Centinaia di migliaia di abitanti di questi paesi saranno costretti a cercare altrove nuove possibilità di sopravvivenza.

Agli attuali migranti provocati dal cambiamento climatico si aggiungeranno così quelli provocati dal contenimento del cambiamento climatico: un evento ignorato dai paesi ricchi e dall’Europa. Per evitarne o per ridurne le conseguenze sarebbero necessari sin da ora finanziamenti e di assistenza tecnologica per predisporre misure di adattamento alla nuova realtà che si prospetta in quei paesi se la transizione procede e per attuare le necessarie strategie di  riconversione da un’economia basata sull’estrazione di petrolio e di gas verso un diverso modello che, se realizzato, potrebbe offrire, secondo un recente rapporto, significative opportunità di realizzare un diverso modo di sviluppo (the-future-of-african-oil-and-gas-positioning-for-the-energy-transition.pdf (mckinsey.com).

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