Democrazia ambientale e fiducia nelle istituzioni

01 Gen 2026 | articoli, editoriale

Un lungo saggio pubblicato sull’ultimo numero della Harvard Environmental Law Review (Wyatt G. Sassman, What’s Left of Environmental Democracy? Numero 2, volume 49) tratta dei movimenti per la democrazia ambientale e per la partecipazione dei cittadini alle scelte pubbliche in materia di ambiente e di salute (sulle origini e lo sviluppo di questi movimenti c’è un bel libro di qualche anno fa  di Paul Sabin, Public Citizen: The Attack on Big Government and the Remaking of American Liberalism).

Osserva l’autore che le basi della democrazia ambientale negli Stati Uniti sono costituite dalle norme di legge e dalle pratiche amministrative che hanno caratterizzato lo sviluppo del diritto e della politica ambientale a partire dagli anni Sessanta e hanno consentito ai cittadini di prendere parte alle decisioni che riguardano il loro ambiente. Sulla base di queste norme le organizzazioni ambientaliste e le associazioni di cittadini hanno potuto prendere parte ai processi decisionali e hanno potuto contestare di fronte all’Autorità giudiziaria le decisioni del Governo sui test nucleari, poi sull’uso dei pesticidi, poi sulla diffusione di prodotti chimici senza preventiva verifica della loro composizione, poi sulla costruzione di opere pubbliche ritenute dannose per l’ambiente e infine sulle omesse decisioni in materia di cambiamento climatico.

Ebbene, l’autore osserva che queste basi e questi principi stanno sgretolandosi poiché il potere politico e economico ha ripreso il controllo delle decisioni in queste materie e indica i percorsi che ritiene necessari per recuperare la partecipazione e l’iniziativa nelle scelte che riguardano l’ambiente.

Non mi soffermo oltre su questo articolo, anche perché non è possibile fare raffronti tra le vicende descritte negli Stati Uniti e la situazione nel nostro paese, in considerazione delle profonde differenze esistenti. Esso però offre alcuni elementi di riflessione.

In passato, muovendo dall’osservatorio della Rivista giuridica dell’ambiente, ricordo che abbiamo pubblicato molte controversie in materia di accesso alle informazioni e molte altre in materia di reintegrazione o risarcimento del danno ambientale, ora disciplinato dal Codice dell’ambiente. Erano promosse non solo dalle organizzazioni ambientaliste riconosciute (Legambiente, WWF, Greenpeace e altre), ma anche da una moltitudine di organizzazioni costituite da cittadini per la tutela del loro territorio e del loro ambiente e hanno conseguito risultati importanti.

Alla base di tutte queste iniziative stava la Convenzione di Aarhus (cui l’Unione europea ha aderito nel 2005) che prevede tre diversi diritti: il diritto di accesso alle informazioni ambientali di cui dispongono le pubbliche autorità; il diritto di partecipare al processo decisionale in materia ambientale; il diritto di impugnare atti pubblici lesivi dell’ambiente.

Tutte queste iniziative sono progressivamente diminuite e oggi sembrano scomparse: su questa rivista, da quando esiste (l’anno 2019), non ne ricordo nessuna.

Che cosa è successo?

Non credo che dipenda dal fatto che la gestione dell’ambiente da parte delle Autorità pubbliche avvenga in modo da soddisfare tutte le esigenze dei cittadini o dal fatto che viviamo in una felice situazione di democrazia ambientale ovunque realizzata. Basti pensare, per fare solo due esempi, alla protratta omissione di opere di adattamento al cambiamento climatico (inutilmente promesse dal Piano nazionale di adattamento di due anni fa) e ai danni causati da inondazioni e siccità che questa omissione produce, oppure alle ripetute norme clientelari a favore della quasi estinta categoria dei cacciatori: nessuna iniziativa, a quanto mi risulta, è stata avviata, né dalle organizzazioni ambientaliste che dovrebbero rappresentare gli interessi collettivi, né da associazioni di cittadini a difesa del proprio territorio, avvalendosi delle facoltà stabilite dalla Convenzione di Aarhus.

Mi sembra quindi che, anche nel nostro paese, sia scomparsa, o si sia fortemente ridotta, quella partecipazione diffusa e quel sindacato promosso dal basso che è alla base della democrazia ambientale: si è affievolita la partecipazione e la capacità di assumere iniziative dei cittadini e, di risulta, anche delle organizzazioni ambientaliste.

Un deterrente può essere costituito dai costi delle cause, talvolta spropositatamente eccessivi in caso di rigetto dell’azione promossa: nell’interpretazione della giurisprudenza prevalente nel nostro paese queste cause non beneficiano di trattamenti di favore sulla base della convenzione di Aarhus. A questo proposito, il 20 novembre 2025 è stata approvata a Ginevra una bozza di dichiarazione per sostenere la democrazia ambientale (https://unece.org/sites/default/files/2025-11/ECE.MP_.PP_.2025.15.E.pdf) da sottoporre alla conferenza delle parti della Convenzione di Aarhus con la quale, tra l’altro, si richiede agli Stati firmatari della Convenzione di evitare misure che penalizzino la partecipazione dei cittadini.

Un’altra spiegazione può dipendere dal fatto che molti degli interventi in materia di danno ambientale, prima affidati al controllo e alle iniziative dei cittadini, sono stati ora assorbiti dal Ministero dell’Ambiente con il supporto del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente SNPA (istituito con Legge 28 giugno 2016, n.132) e delle reti per la tutela dell’ambiente. In proposito, il rapporto dell’ISPRA del 2025 Il danno ambientale in Italia analizza l’attività della SNPA e l’azione dello Stato per la prevenzione e la riparazione del danno ambientale in ambito giudiziario limitatamente però ai soli procedimenti penali promossi per reati ambientali, quindi una frazione delle possibili controversie che le organizzazioni o le associazioni ambientaliste potrebbero svolgere e svolgevano in passato. 

È certo comunque che la disponibilità a favorire la domanda di tutela dell’ambiente da parte delle collettività interessate è fortemente correlata alla fiducia nelle istituzioni. Dove questa disponibilità manchi, la fiducia nelle istituzioni decresce.

Ringrazio Paola Brambilla e Luciano Butti per i consigli.

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