L’aumento della temperatura media globale di 1,5° C rispetto ai livelli preindustriali è la soglia da non superare alla fine del secolo per evitare imprevedibili disastri climatici (il dato è nell’Accordo di Parigi del 2015, ma questo limite era stato già indicato alla COP16 di Cancun, nel 2010).
Per questo, ovunque nel mondo – anche se con diverse modalità e diverso impegno – ci sono sforzi e strategie per ridurre le emissioni di gas serra, responsabili dell’aumento della temperatura: auto elettriche, impianti per produzione di energia solare o eolica, isolamento delle abitazioni, e così via.
Sono sufficienti?
Molto probabilmente non sono sufficienti a livello globale.
Infatti l’IPCC, con calcoli molto complicati ma generalmente condivisi, ha calcolato l’ammontare complessivo di emissioni disponibili globalmente per non superare l’aumento di 1,5° C: è il global carbon budget, espresso in tonnellate di C02, indicato generalmente con la sigla “tCO2e” (la “e” indica l’incorporazione delle emissioni di altri gas serra, delle quali è calcolato l’equivalente in CO2). Secondo i calcoli dell’IPCC a partire dall’anno 2000 per rispettare il livello dell’incremento di 1,5° C erano disponibili a livello globale poco meno di 3000 tCO2e. Nel corso dei vent’anni successivi ne sono stati consumati 2500, 5\6 del budget disponibile. Nel 2020 residuavano quindi circa 500 tCO2e. Secondo i dati più ottimistici, tenuto conto del quantitativo attuale di emissioni globali annuali (si veda il rapporto dell’Unione europea del 2024 GHG emissions of all world countries https://edgar.jrc.ec.europa.eu/report_2024?vis=co2tot#emissions_table), il budget globale disponibile si esaurirà verso il 2030: fra cinque anni avremo superato la soglia dell’aumento della temperatura media globale di 1,5°C.
Se questa è la situazione a livello globale, come stanno le cose a livello dei singoli Stati? Si può sapere qual è il national carbon budget, il budget disponibile qui in Italia, o in qualsiasi altro paese del mondo, in modo che la gente, le imprese e i governi possano rendersi conto se strategie e sforzi per ridurre le emissioni sono sufficienti?
La risposta è semplice: non si può sapere. Non c’è infatti un criterio condiviso per ripartire il budget globale tra ciascuno dei 205 Stati in cui il mondo è attualmente frammentato.
Inutilizzabile è il c.d. equal reduction approach in base al quale ciascun paese ha un budget di emissioni da utilizzare pari al quantitativo utilizzato in un anno di riferimento perché favorirebbe i paesi ricchi (sui quali grava la responsabilità per le emissioni realizzate in passato) e impedirebbe ai paesi poveri o emergenti di avviare progetti di sviluppo, incrementando quindi le emissioni.
Utilizzando invece il criterio delle responsabilità comuni ma differenziate (CBDR) si assegnerebbero budget diversi ai vari Stati a seconda delle loro condizioni economiche e sociali, tenendo conto della storia del loro processo di sviluppo. Naturalmente, budget più consistenti per questi Stati comporterebbero budget più ridotti per i paesi ricchi: il budget globale è come una torta, una fetta più grossa a qualcuno riduce le fette degli altri.
Il principio del CBDR è stato accettato da tutti gli Stati. In teoria, ma non ha trovato pratica applicazione: non si è mai raggiunto un accordo sulla suddivisione della torta globale in modo da assegnare le singole fette ai vari Stati.
Per questo, l’Accordo di Parigi ha previsto solo generici impegni per ciascuno Stato di ridurre le proprie emissioni, comunicando ogni cinque anni i risultati raggiunti. Così negli Stati si pongono in essere strategie, programmi, progetti ma nessuno sa quanto sia l’ammontare di budget di tCO2e che avrebbe ancora la possibilità di utilizzare.
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