Bioeconomy

04 Lug 2019 | editoriale, articoli

di Stefano Nespor

Alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso un economista canadese, H. Scott Gordon, ha pubblicato nel Journal of Political Economy un articolo dedicato alla pesca in acque non territoriali (The Economic Theory of a Common-Property Research: The Fishery).

L’articolo, individuando il patrimonio ittico come bene comune e indicando i pericoli di una sua distruzione per la mancanza di controlli e di regole condivise, ha anticipato di dieci anni l’articolo The Tragedy of the Commons di Hardin che ha avviato quella che è stata definita la “rivoluzione dei beni comuni”, promossa dagli studi di Elinor Ostrom.

Oltre a ciò, l’articolo di Scott Gordon ha offerto anche il primo contributo per il sorgere di una nuova disciplina scientifica a cavallo tra economia e biologia che ha per oggetto la relazione tra attività economica e specie viventi: la bioeconomia.

Si tratta di una disciplina che negli ultimi anni ha avuto un’enorme espansione ed è divenuta uno dei cardini della politica economica europea per lo sviluppo sostenibile e il contenimento del cambiamento climatico.

Ma che cos’è la bioeconomia?

In un primo momento era definita in relazione all’utilizzo di biotecnologie nel settore agricolo e alimentare. Oggi il campo di azione della bioeconomia è stato ampliato ed è definita come l’insieme di attività di produzione di cibo, bio-energia e bio-materiali; in sostanza, tutte le attività che trasformano risorse biologiche.

La definizione della Commissione europea è infatti questa: “la produzione di risorse biologiche rinnovabili e la loro conversione in prodotti che abbiano un valore aggiunto come il cibo, il nutrimento per animali e la bioenergia”.

Secondo recenti dati (il rapporto sulla Bioeconomia in Europa realizzato dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa San Paolo su dati Euristat e in collaborazione con Assobiotec) la bioeconomia, considerata come aggregato di tutti i settori produttivi interessati, determina nell’Unione europea un giro d’affari annuo che ha superato i 2.000 miliardi di euro. In Italia nel 2017 ha raggiunto un valore di 328 miliardi di euro, pari al 10,1% della produzione complessiva. L’Italia è così al terzo posto dopo la Germania, con 402,8 miliardi di euro e la Francia con 357,7 miliardi. In termini occupazionali il nostro paese si posiziona al secondo posto con 2 milioni di addetti subito dopo la Germania.

Nel gennaio del 2019, la Commissione, con il documento “Verso un’Europa sostenibile entro il 2030”, ha indicato la bioeconomia sostenibile e circolare come elemento fondamentale per attuare uno sviluppo sostenibile, da applicare a tutti i settori e i sistemi che producono o dipendono da risorse biologiche. Nell’aggiornare la nuova strategia comunitaria in questo settore, la Commissione ne ha sottolineato il ruolo chiave per dare impulso all’occupazione, alla crescita e agli investimenti nell’UE e per affrontare sfide globali quali il cambiamento climatico e lo sviluppo sostenibile.

Nell’aggiornamento, la Commissione ha istituito un Centro di conoscenze sulla bioeconomia per rendere accessibili le conoscenze provenienti da un’ampia gamma di discipline e fonti scientifiche che contribuiscono a questa disciplina.

Alcuni mesi prima, nel 2018 su iniziativa dell’Università di Hohenheim in Germania, è stato costituito il consorzio “European Bioeconomy University”, al quale partecipano altre cinque università europee tra le quali l’Università di Bologna. L’iniziativa si propone di unire le forze per sviluppare attività di ricerca, didattica e innovazione in questo settore e di rendere l’utilizzo di risorse agricole e animali più efficiente, sostenibile, competitiva e fondata su una prospettiva circolare.

Un recente progetto predisposto dal comune di Amsterdam sugli effetti economici del riciclo del rifiuto organico in una logica di bioeconomia circolare urbana permette di comprendere le enormi prospettive di sviluppo della bioeconomia. Il progetto prevede la creazione di un sistema di bioraffinerie municipali. Il valore aggiunto ogni anno sarebbe pari, per il Comune di Amsterdam, a 150 milioni di euro, con la creazione nel lungo periodo di 1.200 nuovi posti di lavoro e una riduzione delle emissioni di CO2 di 600.000 tonnellate.

Se le 50 maggiori città europee seguissero l’esempio di Amsterdam potrebbe essere generato un valore aggiunto per l’economia di 10 miliardi di euro all’anno evitando nello stesso periodo emissioni di CO2 per 50 milioni di tonnellate e creando nel lungo periodo circa 100.000 nuovi posti di lavoro.

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