Le città, soprattutto quelle di grandi dimensioni, possono fare molto di più per contenere il cambiamento climatico di quanto generalmente si pensi. È questa l’idea che si sta gradualmente affermando e che potrebbe aprire nuove prospettive. Ma andiamo con ordine.
Cinquant’anni fa con uno scritto che ha avuto molto successo la città è stata concepita come una macchina per produrre crescita economica (Harvey Molotch, The city as a growth machine in American Journal of Sociology, Vol. 82, 1976 pag. 309): una macchina che generando crescita porta benefici a chi opera nell’edilizia, nella finanza, nel commercio e (a quel tempo ancora) nell’industria. E porta lavoro e benessere per gli abitanti, il cui numero aumenta. Certo, non tutti erano d’accordo: i critici osservavano che la crescita porta benefici solo a una piccola parte dei residenti, mentre gli altri ne sopportano le conseguenze negative: inquinamento, traffico, rumore.
Passano venti anni, c’è la globalizzazione e una sociologa e economista argentina ha introdotto la categoria delle città globali: sono città divenute centri per la crescita, non dell’economia del territorio in cui si trovano, ma dell’economia globale: dapprima New York, Londra e Tokyo, poi si sono aggiunte Hong Kong e Shanghai, poi il fulcro degli Emirati Arabi Uniti Dubai, infine in tempi più recenti Mexico City e Sao Paulo. Tutte queste città sono sempre più connesse tra di loro e sempre più disconnesse fisicamente e socialmente con il territorio in cui si trovano, al punto che per queste entità non ha più senso parlare di città nel senso abituale del termine (Saskia Sassen, Cities in a World Economy, 1994 Le città globali, UTET, Torino, 1997 aggiornato con Global Networks, Linked Cities, Routledge 2016).
Facciamo un altro salto in avanti nel tempo. Due libri in rapida successione smentiscono l’idea, assai diffusa, che le città tradizionali, quelle dove si concentra la maggior parte degli abitanti del pianeta siano rese inutili da internet e dalle tecnologie della comunicazione; nel contempo affermano che le città siano macchine, ma per la tutela dell’ambiente: le città sono il risultato dell’accumularsi nel corso del tempo di sistemi sempre più efficienti di uso del territorio, degli spazi abitativi, dell’energia, delle risorse naturali. Se per fare la spesa, comprare un libro o un vestito, portare i figli a scuola o andare dal medico si va a piedi o con un mezzo pubblico e non si deve usare l’automobile come accade a chi vive in campagna, si pongono in essere comportamenti ambientalmente sostenibili inconsci, quelli più semplici da realizzare (David Owen, Miti e realtà dell’ambientalismo, Green Metropolis Igea 2010e Edward Glaeser, Il trionfo della città. Come la nostra più grande invenzione ci ha reso più ricchi, intelligenti, ecologici, sani e felici Bompiani 2013)
Siamo giunti all’ultima tappa di questa rassegna: una tappa che riprende sia l’idea della città come macchina di Molotch, sia quella delle città globali di Sassen, collegandosi alle considerazioni di Owen e Glaeser.
Partendo da un’analisi di New York le autrici (ricercatrici alla New York University) osservano che le grandi città, soprattutto, ma non solo, quelle globali, sono efficienti macchine di politica ambientale e di contenimento del cambiamento climatico che sviluppano e applicano conoscenze accumulate nel tempo per adottare misure volte alla riduzione delle emissioni di gas serra, compensando l’inefficienza o l’incapacità di agire dei governi statali (Katrina Wyman, Danielle Spiegel-Feld, Local Greens: Cities And Twenty-First Century Environmental Problems Cambridge University Press 2025). Queste conclusioni sono state anticipate dalle stesse autrici con una raccolta di saggi dedicata appunto alle città globali sostenibili (con John J. Coughlin, Global Sustainable Cities: City Governments and Our Environmental Future NYU Press 2023). Sono prese in considerazione sette grandi città (Londra, New York, Berlino, Abu Dhabi, Pechino, Delhi, e Shanghai) e dalla comparazione delle diverse realtà emerge che ciascuna, con proprie modalità, ha sviluppato meccanismi di contenimento delle emissioni che si integrano con le normative nazionali, ma spesso le sostituiscono.
Se si considera che più della metà della popolazione del pianeta vive nelle città, l’indicazione che sorge è quella di ripensare la politica di adattamento e di contenimento climatico, affidandone la progettazione non a governi e istituzioni centrali, ma alle entità che sono più in grado e più disponibili a realizzarla: le città.
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