Voilà la decrescita

Voilà la decrescita

di Stefano Nespor

Nel protrarsi di questa epidemia, economisti, politici, sociologi ansiosamente verificano, giorno dopo giorno, di quanto si ridurrà la crescita economica prevista per il nostro paese (ma lo stesso accade ovunque) e quali ne saranno le conseguenze.

È però anche l’occasione di sperimentare dal vivo gli effetti della decrescita. Certamente conoscete, o almeno ne avete sentito parlare, del movimento sorto a seguito della pubblicazione nel 1982 del rapporto I limiti dello sviluppo con il quale gli autori – un gruppo di scienziati del MIT – per la prima volta cercava di dimostrare che il modello di sviluppo basato sulla continua crescita sarebbe collassato entro pochi decenni. In Francia, in occasione della traduzione in francese de I limiti dello sviluppo sorge un movimento che si pone come obiettivo la décroissance, diffondendo il motto: “On ne peut plus croître dans un monde fini”. L’affermazione del movimento si deve però al filosofo André Gorz, teorico negli anni Sessanta della Nuova sinistra francese, che nei suoi scritti sostiene che solo una politica di decrescita economica attuata dai paesi ricchi può impedire la distruzione delle risorse e dell’ambiente provocata dal modo di produzione capitalistico.

Tutti questi temi saranno ripresi negli anni Ottanta da colui che è considerato il principale teorico della decrescita, Serge Latouche, che considera superate sia le teorie neoliberali sia quelle socialiste affermando che «La questione è quella di costruire un’alternativa allo sviluppismo”, imposto nei secoli precedenti dall’Occidente a tutto il mondo.

Uno degli attuali teorici del movimento, Riccardo Mastini, afferma che la decrescita è semplicemente l’abolizione della crescita economica come obiettivo sociale. E, per ottenere questo obiettivo, osserva Mastini che non basta ridurre le emissioni introducendo nuove tecnologie o investendo in energie alternative. È la stessa idea di crescita economica che deve finire.

E allora, voilà la decrescita. Questi mesi hanno dolorosamente permesso di passare dagli slogan ai fatti. Ma le indicazioni non sono certo incoraggianti.

Le emissioni sono calate enormemente, come effetto del rallentamento della produzione industriale e agricola e degli scambi commerciali: nel 2020 secondo il sito Carbon Brief saranno il 5% o il 6% in meno di quelle del 2019, la maggior decrescita di emissioni mai registrata. Eppure, se l’obiettivo è di contenere il cambiamento climatico, questa contrazione delle emissioni, con le conseguenze sopra dette sulla produzione e sul commercio, sarebbe insufficiente.  Nella sciagurata ipotesi che ci fosse una sequenza di cinque o sei epidemie analoghe a quella attuale che costringesse a mantenere lo stesso tasso di decrescita delle emissioni per tutto il decennio, la sorpresa è che saremmo comunque ancora assai lontani dall’obiettivo di una riduzione della temperatura globale di 1,5 ° richiesta dall’Accordo di Parigi.

Nello stesso tempo questi pochi mesi sono bastati per comprendere il disastro e il prezzo sociale che si verificherebbe cominciando solo a scalfire il problema. Le drammatiche file di gente privata del lavoro che attende del cibo in molti paesi del mondo che abbiamo sotto i nostri occhi si moltiplicherebbero in misura esponenziale, le disuguaglianze interne e internazionali esploderebbero, i sistemi di welfare e l’organizzazione dell’istruzione crollerebbero. Pochi sistemi politici reggerebbero all’impatto.

Ma, in mancanza di un pericolo presente di grande impatto, nessuno riuscirebbe a convincere la gente a sottomettersi agli stessi sforzi che compie attualmente, solo perché non ci sono alternative, per raggiungere l’obiettivo della decrescita.

E allora, non ci resta che tornare agli usuali strumenti che sono stati utilizzati in questi anni, per contenere il degrado ambientale: limitare modalità di crescita non tollerabili e realizzare politiche di sviluppo sostenibili per il pianeta. Finora sono stati malamente e svogliatamente applicati. Ma un effetto positivo dell’epidemia è che ha fatto comprendere l’importanza di fare sacrifici e anche la superfluità di molte attività che ci sembravano fino a qualche settimana fa necessarie e strutturalmente connesse con il tenore di vita raggiunto.

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