Quando l’aria salva la vita

Quando l’aria salva la vita

di Stefano Nespor 

L’aria condizionata contribuisce al cambiamento climatico. Ma contribuisce anche ad aumentare la produttività sul lavoro, a elevare l’attenzione degli studenti. Contribuisce soprattutto a salvare vite umane.

Infatti con elevate temperature la mortalità aumenta: negli Stati Uniti era sei volte più elevata negli anni Venti e Trenta del secolo scorso rispetto a oggi: la differenza è dovuta quasi integralmente alla diffusione dell’aria condizionata. Oggi, l’87% delle famiglie negli Stati Uniti possiede un condizionatore.

Invece, lo possiede solo il 5% delle famiglie indiane. Anche qui, con il diffondersi di maggior benessere determinato dalla globalizzazione economica, il possesso di condizionatori è in rapido aumento. Come del resto in Cina: oggi tutte le case costruite nelle zone più calde del paese sono dotate di un condizionatore. Tuttavia la maggior parte dei cinesi vive in case che ne sono sprovviste.

È difficile calcolare quante vite umane sono state perdute nei paesi poveri per la mancanza di condizionatori.

È questa una delle dimostrazioni che i danni del cambiamento climatico saranno subiti in misura assai più pesante dai paesi poveri, dove si morirà molto di più anche per la mancanza di condizionatori.

Non solo in India e in Cina, in tutti i paesi con economie emergenti (Indonesia, Brasile innanzi tutto) con il diffondersi del benessere si diffonde anche l’aria condizionata.

Secondo recenti stime entro il 2030 verranno installati nel mondo oltre 700 milioni di condizionatori d’aria, con enormi danni per le politiche di contenimento del cambiamento climatico.

Siamo in presenza di un paradosso posto in evidenza da Abhijit Banerjee e Esther Duflo, premi Nobel per l’Economia nel 2019, nel loro libro Una buona economia per i tempi difficili (Laterza 2020): la stessa tecnologia che salva vite umane proteggendo dall’aumento della temperatura dovuto al cambiamento climatico ne è anche una delle cause.

È meglio quindi avviare politiche per diffondere condizionatori a basso prezzo nei paesi poveri e salvare così vite oggi o invece limitare l’uso dei condizionatori e così proteggere l’ambiente e le vite delle future generazioni domani?

C’è però un altro aspetto da considerare: la maggior parte dei condizionatori oggi sul mercato utilizzano idrofluorocarburi (HFC), un gruppo di prodotti sintetici che ha sostituito i CFC tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta in applicazione degli accordi adottati sulla base del Protocollo di Montreal per la protezione dello strato di ozono. A differenza dei CFC, gli HFC, utilizzati, oltre che nei condizionatori, anche nei frigoriferi, non danneggiano lo strato d’ozono ma incidono in misura assai rilevante sul clima: sono, a seconda dello specifico prodotto, tra cento e mille volte più potenti dell’anidride carbonica prodotta dal consumo dei combustibili fossili

Da alcuni anni, proprio nel quadro delle iniziative a protezione del clima, sono stati introdotti sul mercato condizionatori che non fanno uso di idrofluorocarburi. Hanno una minima incidenza sul clima, ma hanno un difetto: costano molto di più.

Ecco quindi un altro paradosso: i nuovi condizionatori possono permetterseli solo i paesi ricchi che sono maggiormente responsabili del cambiamento climatico. Con il duplice effetto di limitare la mortalità dei loro abitanti e nello stesso tempo di dimostrare il loro impegno nel contenimento del cambiamento climatico.

Non possono permetterseli gli indiani o i cinesi (che anche nelle nuove costruzioni utilizzano i meno costosi condizionatori tradizionali) e, in generale, i paesi poveri dove, quando è possibile, si usano i condizionatori con HFC. È la scelta obbligata per la mancanza di risorse: tutelare le vite oggi sacrificando quelle di domani.

Ma ecco la buona notizia. Nel 2016 è stato raggiunto a Kigali un accordo, nel quadro dei periodici adeguamenti del Protocollo di Montreal per la protezione della fascia di ozono (ma l’Accordo di Parigi sottoscritto l’anno precedente è stato il protagonista dietro le quinte) in base al quale i rappresentanti di 170 Paesi si sono impegnati a ridurre progressivamente l’uso dei Hfc. L’impegno, secondo David Doniger dell’organizzazione Natural Resources Defense Council, «equivale a fermare le emissioni mondiali di CO2 da combustibili fossili per più di due anni».

È previsto un finanziamento degli stati ricchi agli stati poveri (anche questo, in attuazione di una specifica previsione degli accordi concernenti la fascia d’ozono) per l’adozione delle nuove tecnologie e per una messa al bando scaglionata degli apparecchi che usano HFC: i paesi ricchi dal 2019 hanno iniziato a ridurne la produzione, altri stati, tra cui la Cina, bloccheranno solo i consumi fra il 2024 e il 2028.

L’India, insieme al Pakistan ha ottenuto di posporre ogni intervento fino al 2028. Una scelta criticata da molte organizzazioni ambientaliste, considerata indicativa dello scarso impegno per il contenimento del cambiamento climatico. Hanno però trascurato il fatto che in questo modo, continuando a usare i vecchi condizionatori, l’India e il Pakistan hanno scelto di salvare migliaia di vite oggi.