Legittimazione a ricorrere delle associazioni di protezione ambientale all’epoca di Internet e dei social media

Legittimazione a ricorrere delle associazioni di protezione ambientale all’epoca di Internet e dei social media

di Linda Gavoni

T.A.R. CALABRIA, Catanzaro, Sez. I – 18 febbraio 2019, n. 302 – Pres. Salamone, Est. Goggiamani – Associazione C. (avv. Palermo) c. Regione Calabria (avv. Ventrice) e altri (avv. Caravita)

La legittimazione ad impugnare atti amministrativi in materia ambientale spetta – oltre che alle associazioni protezionistiche riconosciute ai sensi dell’art. 13 della l. n. 349/1986 – anche ad associazioni e comitati locali, a condizione che sussistano congiuntamente tre requisiti  individuati dalla giurisprudenza (i.e. perseguimento di obiettivi di tutela ambientale da indicarsi statutariamente e da attuarsi in modo non occasionale, adeguato grado di rappresentatività, collegamento stabile con il territorio di riferimento). Eventuali carenze di rappresentatività non possono essere compensate facendo ricorso ai c.d. “followers”, dal momento che questi ultimi sono da considerarsi semplici osservatori, non mostrando di conseguenza nelle loro vesti necessaria aderenza all’associazione.

Nell’ambito della giurisprudenza amministrativa, il tema della legittimazione a ricorrere e a resistere – con particolare focus sulle associazioni di protezione ambientale titolate ad agire in giudizio in difesa di beni giuridici a fruizione collettiva che si suppongono lesi da terzi – è da sempre foriero di interessanti spunti di riflessione. Va detto che il tema ha assunto negli ultimi anni un’importanza ancor più dirompente, alla luce della crescente sensibilità manifestata verso le tematiche ambientali e della conseguente proliferazione di numerose associazioni e comitati che hanno nella tutela dell’ambiente e del paesaggio la propria ragione costitutiva.
La sentenza del T.A.R. Calabria con cui è stato respinto il ricorso proposto da un’associazione locale volto ad annullare il decreto di ampliamento di un impianto di trattamento rifiuti situato nel comune di Rende (CS) conferma il consolidato orientamento giurisprudenziale in base al quale è da intendersi esclusa la capacità e legittimazione processuale delle associazioni di protezione ambientale non riconosciute se prive dei requisiti individuati dalla giurisprudenza amministrativa. La pronuncia merita comunque di essere commentata in virtù dell’inedito riferimento ai followers – vale a dire i “seguaci virtuali” dell’associazione – quale possibile compensazione alla carenza di rappresentatività contestata in sede preliminare all’associazione protezionistica calabrese. L’argomentazione proposta da quest’ultima, per quanto originale, non è stata tuttavia condivisa dal giudice amministrativo, a detta del quale i followers sono da considerarsi “meri osservatori che con ciò solo non mostrano aderenza all’associazione”.

Al fine di ricostruire il ragionamento alla base della pronuncia in esame, giova anzitutto ricordare la distinzione esistente tra associazioni di protezione ambientale riconosciute e associazioni protezionistiche prive di tale status: se le prime infatti – espressamente individuate con apposito decreto ministeriale ai sensi dell’art. 13 l. 8 luglio 1986 n. 349[1] – sono sempre legittimate ad intervenire nei giudizi per danno ambientale e a ricorrere in sede di giurisdizione amministrativa per l’annullamento di atti illegittimi incidenti sull’ambiente, le seconde al contrario (indipendentemente dalla loro natura giuridica) possono adire il giudice amministrativo in relazione a provvedimenti amministrativi ritenuti lesivi di interessi legittimi in materia ambientale solamente qualora ricorrano congiuntamente tre requisiti fondamentali delineati dalla giurisprudenza amministrativa. Più specificamente, tali requisiti consistono in: (i) perseguimento reso esplicito dallo statuto dell’associazione di obiettivi e finalità di natura ambientale, da attuarsi in modo non occasionale; (ii) adeguato grado di rappresentatività della collettività di riferimento e (iii) stabile collegamento con il territorio in cui è sito il bene che si assume leso[2].
Ebbene, nel caso di specie il giudice amministrativo – avvallando la tesi dell’Amministrazione resistente e della società controinteressata – ha ravvisato l’assenza del requisito dell’adeguata rappresentatività della collettività locale, posto che l’associazione ricorrente contava all’epoca dei fatti 71 associati in relazione ad una popolazione comunale complessiva di circa 35.000 abitanti. Tra l’altro, il dato numerico degli associati era stato fornito dall’associazione facendo ricorso ad un elenco sommario, incompleto nella redazione e privo di data certa. Sulla scorta di casi analoghi verificatisi in precedenza, in base ai quali “in carenza di […] informazioni circa la data di costituzione dei comitati e del numero degli aderenti, non è possibile evincere un sufficiente grado di collegamento stabile con il territorio, un adeguato grado di rappresentatività e un’azione dotata di apprezzabile consistenza dei comitati in questione”[3], il giudice di prime cure – ritenuto il numero di 71 associati di “estrema esiguità e come tale non rappresentativo della comunità locale di appartenenza” – ha rigettato il ricorso proposto dall’associazione protezionistica calabrese.

A nulla è valsa l’argomentazione della ricorrente che ha cercato di sanare la carenza di rappresentatività contestatale appellandosi al numero di followers della propria pagina Facebook: a detta del giudice amministrativo infatti i c.d. “seguaci virtuali” vanno considerati come semplici osservatori, inidonei pertanto ad integrare e/o compensare sotto il profilo della situazione giuridica soggettiva qualificata e differenziata l’esiguo numero di persone fisiche affiliate all’associazione di protezione ambientale.
La sentenza in esame – la prima a fare riferimento al ruolo dei social media in relazione alla legittimazione a ricorrere delle associazioni protezionistiche locali – è destinata a far discutere. Secondo alcuni commentatori infatti, l’orientamento seguito dal giudice amministrativo è da ritenersi obsoleto e anacronistico, a maggior ragione se si considera il fatto che in campo ambientale quasi mai vengono in discussione interessi privati e meramente individuali. Ecco quindi che, “a fronte di lesioni a beni collettivi un più ampio accesso alla giustizia amministrativa, da parte delle formazioni sociali, sarebbe senz’altro più coerente con i principi costituzionali e con gli indirizzi dell’ordinamento comunitario”[4]. Di avviso diametralmente opposto sono invece i sostenitori di un approccio più rigoroso e tradizionalista, secondo i quali bene ha fatto il giudice di prime cure a negare la legittimazione ad agire all’associazione protezionistica calabrese, in quanto l’inevitabile progresso tecnologico – di cui non si può e sempre più in futuro non si potrà non tenere conto – non può in ogni caso compensare l’evidente carenza di rappresentatività “fisica” dell’associazione suindicata relativamente alla propria collettività di riferimento.

[1] L’art. 13, comma I, della l. n. 349/1986 stabilisce infatti che “le associazioni di protezione ambientale a carattere nazionale e quelle presenti in almeno cinque regioni sono individuate con decreto del Ministero dell’ambiente sulla base delle finalità programmatiche e dell’ordinamento interno democratico previsti dallo statuto, nonché della continuità dell’azione e della sua rilevanza esterna, previo parere del Consiglio nazionale per l’ambiente da esprimere entro novanta giorni dalla richiesta. Decorso tale termine senza che il parere sia stato espresso, il Ministero dell’ambiente decide”. Tra le principali prerogative accordate alle associazioni rientranti nella categoria di cui all’art. 13 l. n. 349/1986 vanno ricordate la possibilità di “denunciare i fatti lesivi di beni ambientali dei quali [dette associazioni] siano a conoscenza” (art. 18, comma IV, l. n. 349/1986) e la conseguente possibilità di “intervenire nei giudizi per danno ambientale e ricorrere in sede di giurisdizione amministrativa per l’annullamento di atti illegittimi” (art. 18, comma V, l. n. 349/1986).

[2] Sulla necessità imprescindibile della coesistenza di tutti e tre i requisiti de quibus in capo ad un’associazione protezionistica non riconosciuta intenzionata ad impugnare provvedimenti amministrativi ritenuti lesivi di interessi legittimi afferenti alla sfera ambientale, la giurisprudenza è da tempo consolidata: cfr. ex multis Consiglio di Stato, sez. IV, 21 agosto 2013, n. 4233 e – più recenti – Consiglio di Stato, sez. V, 2 ottobre 2014, n. 4928; TAR Milano n. 1607/2016; T.A.R. Lazio, Roma, sez. III, 9 gennaio 2017, n. 234 e T.A.R. Lazio, Latina, sez. I, 13 novembre, 2018, n. 584.

[3] Cfr. T.A.R. Lombardia, Milano, sez. III, 26 agosto 2016, n. 1607.

[4] Così Umberto Fantigrossi, in http://ecodallecitta.it/notizie/390784/i-followers-su-facebook-sono-meri-osservatori-rigettato-il-ricorso-dellassociazione-contro-impianto-rifiuti/.

Per il testo della sentenza (estratto dal sito istituzionale della Giustizia Amministrativa) cliccare sul pdf allegato. Gavoni_TAR Calabria, Catanzaro, sez. I, 302-2019