L’avanzata del “male comune”

L’avanzata del “male comune”

di Ruggero Tumbiolo

“… in nessun luogo si ricordava una pestilenza di tale gravità e una tale perdita di vite umane. Ché nulla potevano i medici che non conoscevano quel male e si trovavano a curarlo per la prima volta – e anzi erano i primi a caderne vittime in quanto erano loro a trovarsi più a diretto contatto con chi ne era colpito – e nulla poteva ogni altra arte umana …[i].

Come durante il conflitto tra Sparta e Atene (431/404 a.C.), anche in questi giorni di inizio di primavera del 2020 assistiamo increduli a un attacco al bene primario della salute pubblica o, se si preferisce, capovolgendo la prospettiva, all’avanzata di un “male comune”, subdolo, invisibile, non immediatamente percepibile e che non fa distinzioni di razza, genere o età.

Ci siamo accorti che siamo vulnerabili.

Il triste primato quanto a numero di contagi e decessi ci ha resi consapevoli che, al pari delle catastrofi ambientali, anche le epidemie non colpiscono terre lontane, non riguardano solo popolazioni distanti da noi.

L’analisi comportamentale ci induce a osservare che, come per i “beni comuni”, anche per i “mali comuni”, l’errore sta nel ritenere che la condotta individuale, incidendo in minima parte sul “male comune”, sia priva di conseguenze.

Il “male comune” si alimenta con l’effetto cumulativo dei comportamenti individuali che, se considerati isolatamente, possono anche sembrare irrilevanti, ma che, se valutati complessivamente, possono condurre a pregiudicare il bene primario della salute pubblica.

In uno dei primi provvedimenti assunti in materia dal Consiglio di Stato è stato osservato che: “In tale quadro, per la prima volta dal dopoguerra, si sono definite ed applicate disposizioni fortemente compressive di diritti anche fondamentali della persona – dal libero movimento, al lavoro, alla privacy – in nome di un valore di ancor più primario e generale rango costituzionale, la salute pubblica, e cioè la salute della generalità dei cittadini, messa in pericolo dalla permanenza di comportamenti individuali (pur pienamente riconosciuti in via ordinaria dall’Ordinamento, ma) potenzialmente tali da diffondere il contagio, secondo le evidenze scientifiche e le tragiche statistiche del periodo[ii].

Comportamenti scorretti assunti sotto la bandiera della semplificazione e del convincimento che il sapere scientifico sia una forma di elitismo e che nel campo scientifico tutte le opinioni siano ugualmente valide.

È stato scritto che “è possibile ascoltare bene solo quando si tollera di non capire[iii].

Oggi più che mai occorre accettare i limiti della propria conoscenza e imparare ad ascoltare gli esperti.

Ascoltare e rispettare regole comportamentali (oggi sotto forma di misure di distanziamento sociale e in un futuro, auspicabilmente vicino, sotto forma di misure atte a immunizzare la popolazione), per non subire il male e per non trasmettere il male agli altri.

La condivisione dell’impegno è ciò che consente di conservare un “bene comune” oppure di sconfiggere un “male comune”.

Il distanziamento sociale, la sospensione delle attività economiche e la riduzione degli spostamenti – che sono seguiti come reazione al “male comune” – hanno, poi, condotto a delle palpabili ripercussioni sull’ambiente.

Il cielo ci appare più terso, l’aria più pulita, le acque più limpide, la città più silenziosa, la fauna meno diffidente nei nostri confronti.

È stato affermato che il riposo forzato dell’economia e dei trasporti è una sorta di periodo sabbatico per la terra[iv].

Ma sono esiti effimeri risultato di una politica emergenziale; effetti che, in assenza di interventi strutturali, sono destinati inesorabilmente a scomparire con il superamento della crisi, come ci insegna la storia delle crisi economiche e finanziarie.

Le trasformazioni sono purtroppo già in atto: i ghiacciai si sciolgono, il livello delle acque si innalza, la desertificazione avanza, le foreste si riducono, gli eventi metereologici sono sempre più estremi.

Si avvicina il momento in cui il capitale naturale cesserà irrimediabilmente di generare benefici collettivi.

Viviamo in un’epoca, e quanto sta accadendo in questi giorni lo conferma, caratterizzata da repentini cambiamenti, causati da numerose e spesso sconosciute variabili.

È il momento delle variabilità in ogni cosa, il che rende arduo il lavoro degli scienziati, degli economisti, dei giuristi che devono apprestare gli strumenti per impedire il collasso ambientale.

Anche il lessico si evolve: The Guardian ha proposto nella sua guida di stile di abbandonare la locuzione “cambiamento climatico” per “emergenza climatica” o “crisi climatica”[v]; certo, sono solo parole, ma non va trascurato il potere delle parole.

Non sappiamo come cambierà la nostra vita a valle del virus, come non sappiamo quali sistemi naturali sopravvivranno a valle della crisi climatica.

Non sappiamo se la “vita sospesa” in cui siamo precipitati ci condurrà a cambiare l’approccio verso le tematiche ambientali, se muterà in noi la percezione del rischio, se il nostro sguardo si rivolgerà verso le generazioni future.

Un insegnamento a me ha lasciato: la consapevolezza che per affrontare un “male comune” occorre entrare insieme nella situazione per risolverla e non semplicemente preoccuparci di uscirne da soli[vi].

 

Note:

[i] Tucidide, La guerra del Peloponneso, Libro secondo, 47, nella traduzione di Mariella Cagnetta, Collana I classici, Mondadori, 2007; la peste di Atene è descritta anche da Lucrezio nel De rerum natura, libro VI, 1138-1286.

[ii] Consiglio di Stato, Sez. III, decreto n. 1553 del 30 marzo 2020, in https://www.giustizia-amministrativa.it.

[iii] P. Bichsel, “Quando sapevamo aspettare”, 2011, 111.

[iv] A. Finkielkraut, in una intervista a Le Figaro “Le nihilisme n’a pas encore vaincu, nous demeurons une civilisation”, in https://www.lefigaro.fr/vox/societe/alain-finkielkraut-le-nihilisme-n-a-pas-encore-vaincu-nous-demeurons-une-civilisation-20200326.

[v] Vedi: “It’s a crisis, not a change: the six Guardian language changes on climate matters”, in: https://www.theguardian.com/environment/2019/oct/16/guardian-language-changes-climate-environment; i sei cambiamenti introdotti nella guida sono: 1.) “climate emergency” or “climate crisis” to be used instead of “climate change; 2.) “climate science denier” or “climate denier” to be used instead of “climate sceptic”; 3.) use “global heating” not “global warming”; 4) “greenhouse gas emissions” is preferred to “carbon emissions” or “carbon dioxide emissions”; 5.) use “wildlife”, not “biodiversity”; 6.) use “fish populations” instead of “fish stocks”.

[vi] Nel suo libro “Il silenzio è cosa viva, L’arte della meditazione”, Giulio Einaudi, 2018, 44, Chandra Livia Candiani ci ricorda che meditare non è cercare vie d’uscita, ma piuttosto vie d’entrata. È questo che fa l’asino nella storia Sufi riportata nel libro: quando caduto in un pozzo comincia a sentire cadere le palate di terra sulla groppa, sente la disperazione, ma non ne viene sopraffatto, si scrolla di dosso la terra e la stessa terra diventa una risorsa, facendola cadere e salendoci sopra fino ad arrivare all’imboccatura del pozzo.