Il nuovo “progetto” della UE per il contenimento del cambiamento climatico

Il nuovo “progetto” della UE per il contenimento del cambiamento climatico

di Stefano Nespor

Il 10 dicembre l’Unione europea ha approvato un progetto che ha confermato il suo ruolo di leader mondiale nella battaglia per il contenimento del cambiamento climatico e nell’impegno per l’attuazione dell’obiettivo fissato proprio cinque anni fa dall’Accordo di Parigi di limitare il riscaldamento a un aumento di 1,5 gradi rispetto al livello del 1990 entro la fine del secolo.

Il progetto è la prosecuzione del programma 20-20-20, approvato nel 2009, con scadenza, appunto, nel dicembre 2020.

Il progetto 20-20-20 poneva tre obiettivi: la riduzione delle emissioni di gas serra del 20 % rispetto ai valori del 1990, l’aumento del 20 % della quota di energia prodotta da fonti rinnovabili e l’incremento del 20 % nel risparmio energetico.

I primi due obiettivi sono stati ampiamente raggiunti. Le emissioni di gas serra dell’Unione europea considerata congiuntamente sono infatti calate del 24%. Il risultato è stato certamente agevolato dall’epidemia, che ha ridotto i trasporti, ma sarebbe stato raggiunto in ogni caso, anche se in misura meno appariscente.

È stato raggiunto anche il secondo obiettivo concernente l’aumento di energia da fonti rinnovabili: anche se non tutti i paesi hanno realizzato l’aumento previsto, in tutti esso è stato significativo e in 15 stati l’energia da fonti rinnovabili è più che raddoppiata.

Solo il terzo obiettivo, concernente l’incremento dell’efficienza energetica, non è stato pienamente raggiunto: sono stati solo 12, tra i quali l’Italia, gli Stati che hanno superato il target individuale.

Mentre si celebrava la conclusione e il successo (anche se parziale) del progetto 20-20-20, il Consiglio dei capi di stato dell’Unione ha approvato la proposta formulata dalla Commissione di elevare l’obiettivo della riduzione delle emissioni di gas serra entro il 2030 dal 40% originariamente previsto ad almeno il 55%, sempre rispetto ai livelli del 1990.

Per Ursula von der Leyen, che guida la Commissione, l’intesa dei 27 Capi di Stato e di governo è, in un momento di grande difficoltà, un altro momento storico dell’integrazione europea, anche se criticato da WWF e Greenpeace perché troppo cauta e insufficiente per realizzare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, Per Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, la decisione, conferma l’Unione europea come leader mondiale nella lotta al cambiamento climatico.

Il problema cruciale era quello di fissare un obiettivo comune per Paesi con livelli di partenza molto diversi: alcuni Stati dell’Unione dipendono ancora in modo massiccio per il loro fabbisogno energetico dal carbone, Il risultato è un accordo che garantisce che gli sforzi verranno suddivisi equamente con un regolamento ad hoc.

L’importanza di questa decisione e l’esempio offerto dall’Unione europea sono però offuscati dai dati pubblicati qualche giorno prima nell’Emission Gap Report, redatto annualmente dall’Unep, l’Agenzia per l’Ambiente delle Nazioni Unite.

Sono dati che fanno impressione.

L’1% della popolazione mondiale più ricca produce il doppio dei gas a effetto serra del 50% della popolazione più povera. Questo significa che, per rispettare gli Accordi di Parigi ogni abitante del nostro pianeta entro il 2030 dovrà emettere in media 2,5 tonnellate di CO2. Il che significa che, se gli impegni fossero ripartiti equamente, il 10% più ricco del Pianeta dovrebbe emettere un decimo di quanto fa adesso. Mentre i più poveri potrebbero persino triplicare i loro consumi attuali,

È un dato che permette di comprendere lo scarso zelo con cui India e Cina partecipano nel raggiungimento degli obiettivi e sono riluttanti nell’imporre restrizioni ai loro cittadini.

È però anche un dato che permette però di apprezzare ancor più lo sforzo che pone in essere l’Unione europea nel raggiungere l’obiettivo di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050.