Il documento di Greenpeace per una diversa gestione delle foreste dell’Unione europea

Il documento di Greenpeace per una diversa gestione delle foreste dell’Unione europea

di Alberto Abrami  

Il documento di Greenpeace sulle foreste dell’Unione Europea muove dalla considerazione che esse sono in Europa il maggior serbatoio per l’assorbimento di anidride carbonica nell’atmosfera, ma che oggi, per via dell’eccessivo sfruttamento, possono svolgere solo in parte questa funzione, sicché occorre riconsiderare il loro ruolo per recuperare una condizione di equilibrio fra interessi pubblici e interessi privati mediante una contrazione delle odierne utilizzazioni. E qui conviene ricordare che gli interessi pubblici espressi dal bosco sono di gran lunga superiori agli interessi di natura privatistica relativi all’estrazione del legno.[i] Per la conciliazione di questi opposti interessi Greenpeace, nel suo documento, non nega l’importanza dell’esercizio della selvicoltura, ma ne suggerisce una diversa, meno intensiva, di quella attualmente praticata dai vari Stati europei – fra i quali anche l’Italia con il recente Testo Unico del 2018 – con il fine di ridurre della metà l’odierna emissione di anidride carbonica nell’atmosfera, la maggiore responsabile dell’effetto serra e del cambiamento climatico.

Prima di soffermarci sulla proposta avanzata da Greenpeace, ed elaborata per suo conto da un Istituto di Ricerca tedesco – il “Natural Forest Academy” – conviene svolgere una riflessione di carattere generale sulla tipicità del bosco in quanto insieme di alberi. Esso vive, infatti, una contraddizione in sé stesso perché nel momento in cui offre il bene legno, richiede l’abbattimento della cosa madre che lo ha prodotto, e cioè l’albero: altrimenti non potremmo, infatti, godere del suo frutto principale.

Il che significa che l’interesse del privato alla produzione di legname passa – oggi soprattutto per il modo in cui viene esercitata la selvicoltura – attraverso il sacrificio dell’interesse collettivo in conseguenza del taglio del bosco che, in tal modo, consente l’estrazione del frutto legnoso. E l’interesse collettivo espresso dal bosco è costituito da varie funzioni che esso svolge per sua natura, ad iniziare da quella fondamentale dell’assorbimento del C02 nell’atmosfera, per seguitare con la funzione relativa alla conservazione delle risorse idriche, di garante dell’assetto idrogeologico, di conservazione della biodiversità ecc.

Si potrà osservare che il bosco, una volta reciso, si ricostituisce, o naturalmente, come il bosco ceduo, attraverso l’emissione dei polloni, oppure artificialmente, mediante il reimpianto, come nel caso del bosco d’alto fusto. Ma quanti anni dovranno passare prima che il bosco che è stato abbattuto compia di nuovo il ciclo naturale di maturazione? Qui non siamo nel campo della produzione di beni commestibili, come nel caso dei beni agricoli, dove il ciclo di riproduzione è, in generale, di un anno, tant’e che si parla di annata agraria, ma in una dimensione ben diversa. Di certo, occorreranno diecine d’anni, dai venti ai trent’anni per il bosco ceduo, fino a raggiungere in certe specie di fustaie la soglia del secolo. Troppi, perché il bosco sia in grado di riassorbire l’anidride carbonica immessa nell’atmosfera, essendo evidente la discrasia temporale fra il consumo del legno e la sua riproduzione con la ricrescita del bosco; e troppi, quindi, per la tutela dell’interesse collettivo in conseguenza della crisi climatica che stiamo vivendo.

Se la natura reagisce significa che il consumo della foresta non può seguitare con i ritmi attuali perché evidentemente si è superato il limite consentito alla sua utilizzazione produttivistica, sicché occorre una presa d’atto della nuova situazione e, quindi, porre rimedio ad una gestione delle foreste europee da parte dei Paesi possessori che risulta inadeguata a fronteggiare l’emergenza climatica.

Abbiamo detto, all’inizio, che Greenpeace prospetta un nuovo tipo di selvicoltura che non veda nel bosco solo un bene in funzione della produzione di legname, ma consideri, invece, il bosco, appunto, nelle sue diverse profilature di interesse pubblico: in sostanza una selvicoltura di stampo naturalistico che non potrà seguitare a essere ignorata se la società intende davvero mettere un freno all’erosione oltre la misura consentibile delle risorse naturali.

Si richiede, insomma, un cambio di direzione rispetto ad un uso del bosco che finora veniva visto, in Italia, e non solo da noi, condizionato unicamente dall’interesse della difesa idrogeologica del territorio garantita dal bosco attraverso la trama delle sue radici, oltreché dal suo” humus”, e posto, tale interesse, a fondamento e limite alle utilizzazioni boschive dalla legislazione forestale. Nessun altro interesse, di natura pubblica, poteva costituire un argine allo sfruttamento del bosco da parte del privato, se non il compimento del ciclo di maturazione delle diverse specie arboree, oltre ai limiti all’estensione della recisione.

Situazione, questa, che poteva ancora essere accettata, in una diversa situazione ecologica e socio-economica, per quanto riduttiva della realtà boschiva, ma fino a quando, però, non è scoppiata la questione ambientale con la crisi climatica che stiamo attraversando e che ci ha messo di fronte a delle precise responsabilità, presso la nostra generazione e le generazioni future, soprattutto.[ii]

A questo punto è lecito chiedersi quale sia stata fino ad ora la politica forestale dell’Unione Europea, e noi ci sentiamo di rispondere che essa non ne ha espressa una propria, ma ciò è dovuto al fatto che nel Trattato comunitario la materia foreste non ha una propria autonomia rispetto alla materia agricoltura, né il legno compare nell’accordo pattizio, diversamente dai vari prodotti del suolo che sono stati considerati agricoli. Sicché si sono avuti interventi normativi di interesse forestale di certo significanti, ma solo in quanto funzionali all’aumento della produttività dell’impresa agricola in generale, come dello sviluppo delle zone rurali.[iii]

Sotto altro profilo però, e cioè diverso da quello agro-forestale, l’intervento comunitario sarebbe stato auspicabile allorché la Comunità acquisì, con l’Atto unico europeo, la competenza in materia di tutela dell’Ambiente, potendo a questo punto dettare gli indirizzi di un’attività forestale sostenibile, non in contrasto con le esigenze dell’ecologia. Ma ha preferito provvedere con interventi singolari concernenti la protezione della biodiversità forestale, lodevoli certo, ma di ridotta portata.

Oggi Greenpeace ci dice che la politica fondata sulla considerazione del bosco come produttore di legname, senz’altra considerazione oltre a quella di immettere il legno sul mercato il prima possibile, secondo i ritmi dell’odierna economia, non è una politica ragionevole, poiché la diminuzione di CO2 nell‘atmosfera passa, soprattutto, attraverso un diverso uso delle foreste; per questo fine occorre una nuova selvicoltura – come prima si è accennato – rispetto al passato che possiamo definire selvicoltura sostenibile, essendo incentrata sull’equilibrio degli interessi economici con gli interessi ambientali e sociali.[iv]

Secondo lo studio commissionato da Greenpeace, qualora si arrivi a ridurre di un terzo, circa, l’attuale tasso di sfruttamento passando dalla attuale percentuale di utilizzazione del 77 per cento, al 50 per cento, le foreste dell’Unione potrebbero immagazzinare ogni anno – esercitando nel doppio la funzione che svolgono oggi – 487 milioni di tonnellate di CO2, rispetto alle attuali 245 milioni di tonnellate. Obbiettivo che potrà essere raggiunto qualora si accolga un modello di selvicoltura più prossimo alla natura, ovvero con un basso impatto ambientale e quindi sostitutivo della selvicoltura intensiva attualmente praticata. Viene quindi spiegato come in contemporanea potrebbero crescere nel bosco le riserve di legname e tutelata la biodiversità.

Per consentire un maggior assorbimento di anidride carbonica, lo studio suggerisce con particolare convinzione di eliminare gradualmente la gestione forestale finalizzata alla combustione – come prima accennato – ossia l’utilizzazione del prodotto legnoso come legna da ardere, che da noi raggiunge e supera il 60 per cento dell’uso del legno prodotto, quando potrebbero essere usate in sostituzione altre fonti energetiche pulite. Nella combustione del legname, inoltre, l’emissione di carbonio non viene fissata in beni durevoli come accade nell’edilizia e per la costruzione di mobili e come anche nelle opere civili, ma si ha, invece, la sua immissione nell’atmosfera con tutte le conseguenze sul clima che conosciamo; ci vorranno, infatti, decenni prima che le foreste siano nuovamente in grado di riassorbirlo, mentre i tempi del cambiamento climatico sono molto più stretti. Viene, peraltro, fatta eccezione quando si tratti di legname conseguente agli sfolli, ai diradamenti e, comunque, degli scarti del bosco, come pure si tratti dei reflui dei prodotti industriali del legno.[v]

Allo stesso modo della combustione viene fortemente scoraggiato il ricorso alle biomasse legnose per uso termico con l’emissione delle cosiddette polveri sottili, particolarmente insidiose, ma anche l’uso del legno per la produzione della carta, mentre viene ritenuto ordinario, ai fini dell’assorbimento dell’anidride carbonica nell’atmosfera, l’utilizzazione del prodotto legnoso per impieghi di lunga durata, come sopra si è detto.

La diminuzione dell’utilizzazione delle risorse forestali, si legge ancora nel documento dell’Istituto di Ricerca tedesco, consentirebbe anche la creazione di più aree protette: attualmente solo il 3 per cento delle foreste europee non viene sfruttato, mentre sarebbe auspicabile arrivare a proteggerne il 10 per cento.

Lo studio evidenzia, infine, ma non da ultimo, come per calcoli fatti sia progressivamente diminuita negli anni – e si prevede che continuerà a diminuire qualora permanessero gli attuali tassi di sfruttamento – la capacità delle foreste europee di assorbire e immagazzinare CO2.

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Abrami

Note:

[i] G. PATRONE, nel suo “Economia forestale”, Firenze, 1970, p. 502, valuta – con tutte le riserve, tuttavia, derivanti dalle difficoltà della stima – nel 18% la funzione di produzione di legname e nell’82% le funzioni di interesse sociale esercitate dal bosco. Quest’ultima percentuale non è considerata sovra stimata da un altro economista: G. FAVARETTI, “Sulla valutazione dei servizi pubblici del bosco”, in “Monti e boschi” 1972, n. 4 p.3 e 4. In modo analogo: M. PAVAN, “Dissesto ecologico, frane e insicurezza nel mondo”, Roma, 1981, p.55.

[ii] Svezia, Finlandia, Germania, Polonia, Austria e Francia sono i sei Paesi considerati i maggiori produttori di legname trovandosi, in questi Paesi, più del 60 per cento della superficie forestale dell’Unione Europea.

[iii] In argomento, A. ABRAMI, “Governo del territorio e disciplina giuridica dei boschi e delle aree protette” II edizione, Roma, 2017 p. 246 e ss.

[iv] Per altro profilo occorrerà vietare, con l’eccezione richiesta dalla natura delle cose, il taglio a raso, non solo del bosco d’alto fusto, ma anche del bosco ceduo o, quanto meno, comprimerlo in limiti precisi, per via degli effetti devastanti che ha sulle funzioni ecologiche del bosco. In questo senso, P. PIUSSI “Selvicoltura generale” UTET, Torino 1994 p.319 e ss.

[v] In sostanza si fa propria la filosofia del cosiddetto “uso a cascata del legno” per cui si può bruciare solo ciò che rappresenta uno scarto dei processi colturali, ossia non è riutilizzabile o riciclabile.