Cambiamento climatico e limiti: due posizioni a confronto

Cambiamento climatico e limiti: due posizioni a confronto

di Stefano Nespor

I recenti sempre più preoccupati avvertimenti relativi all’aggravarsi del cambiamento climatico pongono in evidenza la contrapposizione tra due posizioni che caratterizzano l’intera storia dell’ambientalismo e del diritto dell’ambiente: da un lato i neomalthusiani (detti anche “doomers”) e, dall’altra parte, gli “abbondantisti” o “cornucopiani”: definizioni approssimative, in quanto ciascuna di esse ricomprende ideologie non omogenee e spesso assai diverse tra loro.

Entrambe queste posizioni fanno riferimento ai limiti: limiti all’utilizzo delle risorse offerte dal pianeta, limiti dell’aumento della popolazione in rapporto alle possibilità di nutrimento, limiti dell’ideologia della crescita e limiti all’utilizzo dei combustibili fossili.

Ma per i neomalthusiani siamo in presenza di limiti ormai prossimi (se non già superati): è necessario un cambiamento radicale dell’attuale sistema economico e produttivo per evitare i catastrofici effetti di un cambiamento climatico proiettato verso un aumento ben superiore a quello massimo ipotizzato di 2°C, un abbandono del growthism, il mito della crescita, e l’adozione di politiche che favoriscano la decrescita.

Al gruppo dei cornucopiani appartengono tutti coloro che hanno fiducia nelle possibilità dell’attuale sistema economico e sociale e dell’intelligenza dell’uomo di superare quelli che appaiono come limiti e di trovare soluzioni. In questo gruppo si colloca il cognitivista canadese Steven Pinker. Nel suo recente libro Enlightenment Now: The Case for Reason, Science, Humanism, and Progress ha posto in evidenza che la scienza, la democrazie e i principi dell’illuminismo hanno prodotto prosperità e benessere con una diffusione mai raggiunta in precedenza: la povertà è diminuita, la mortalità infantile si è ridotta, è aumentata l’aspettativa di vita, si è diffusa l’educazione delle donne, è enormemente cresciuta la quantità di giovani che vanno a scuola e sanno leggere e scrivere. In questo quadro, anche le emergenze climatiche possono essere affrontate adottando i necessari correttivi dell’attuale modo di sviluppo.

Se devo scegliere tra le due posizioni, sto da quest’ultima parte. Ma con due precisazioni.

Prima di tutto, non si deve mitizzare la capacità della mente umana e del progresso di risolvere i problemi: Isaiah Berlin nel 1991 nel suo libro  The Crooked Timber of Humanity: Chapters in the History of Ideas osservava che è questo un errore tipico dell’individualismo sorto con il romanticismo tedesco. Non possiamo quindi limitarci ad aspettare con fiducia che in futuro si risolva l’emergenza climatica in cui siamo sprofondati. Non dobbiamo dimenticare che l’enorme sviluppo che ha caratterizzato il mondo attuale dalla Rivoluzione industriale è stato certamente prodotto dalle innovazioni tecnologiche e dal libero mercato, ma è stato soprattutto prodotto dai combustibili fossili, senza i quali ben poche delle innovazioni che hanno creato il mondo moderno si sarebbero realizzate.

Poi, e questo è il secondo correttivo, non bisogna pensare che il problema della sovrappopolazione non esista, semplicemente perché i moderni seguaci di Malthus hanno ripetutamente annunciato come ormai prossime catastrofi inesistenti.

La popolazione non può crescere all’infinito, così come l’agricoltura non può produrre nutrimento per illimitate quantità di persone e non possono prodursi illimitate quantità d’acqua per soddisfare per un numero illimitato di individui.

C’è quindi un limite, anche se esso dipende da fattori non solo materiali, ma anche sociali e soprattutto dal livello di benessere e di consumi al quale l’umanità nel suo complesso si adatterà a vivere. La questione del consumo di carne e del suo enorme aumento con il diffondersi del benessere è al riguardo significativa: attualmente oltre l’80%  del terreno agricolo nel mondo è dedicato all’allevamento del bestiame. Più carne si consumerà in futuro, più si abbasserà la quantità della popolazione che la terra riuscirà a mantenere: proprio in questi giorni un gruppo di scienziati ha proposto su Lancet di fissare nel 2030 un peak meat, dopo il quale dovranno essere adottati provvedimenti per calare progressivamente il consumo di carne a livello globale.

Certo, finora, da Malthus in poi, le previsioni dei sostenitori dei limiti non si sono avverate. I cornucopiani hanno finora avuto ragione. Finora.

Ma, come spesso accade, proprio dalle contrapposizioni emergono soluzioni che colgono gli aspetti propositivi delle due posizioni.

Ne sono un esempio le modalità con le quali l’Accordo di Parigi ha cercato di affrontare l’emergenza climatica: sono stati tenuti presenti i limiti come obiettivi vincolanti, ma nel contempo sono stati sospinti gli sforzi diretti alla riduzione delle emissioni mediante interventi di mitigazione e le politiche di adattamento ai cambiamenti che si dovranno affrontare.

Ne è un altro esempio l’ambizioso Green Deal lanciato dall’Unione europea, sul quale questa rivista tornerà nei prossimi numeri, il cui elemento chiave sarà entro il prossimo marzo una legge europea sul clima che dovrà porre le basi per rendere neutrale il clima dell’Unione entro il 2050.